“Il clan Fezza – D’Auria Petrosino pensava a tutto”.

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È un clan strutturato, che non lasciava nulla al caso, dalla mesata agli affiliati, all’assistenza legale ai carcerati, alle pressioni sulle vittime per ritirare le denunce. Su questo i fratelli Confessore erano degli specialisti. Il più grande, Vincenzo venne arrestato perché una sua vittima, S.T. lo aveva denunciato per estorsione. A questo punto interviene il più piccolo, Daniele, che avvicina la vittima, gli parla e lo invita a ritirare la denuncia, conversazione poi intercettata dagli inquirenti. Vincenzo intimò al fratello di avvertire i capi dell’organizzazione criminale dopo essersi fatto consegnare da un avvocato le copie delle dichiarazioni fornite dalla vittima. Il clan, dunque, doveva intervenire per fare “pressioni” sulla vittima perché ritirasse la denuncia. “Appare chiaro – scrivono i giudici del Riesame – se il Confessore si premurava di coinvolgere i D’Auria nella sua vicenda e se il clan si preoccupava di sostenerlo in ogni modo, la spiegazione è una sola: Confessore aveva agito nell’interesse del gruppo e reclamava assistenza legale e finanziaria”.