Il conto per chi ha un’auto a diesel arriverà a gennaio. Senza clamore, senza annunci plateali, ma con un effetto immediato sulla vita quotidiana di milioni di automobilisti. Il 2026 si apre con una certezza: per chi guida un’auto a diesel sarà un anno più caro, e non di poco. Il riallineamento delle accise sul gasolio segna un passaggio netto nella politica fiscale sui carburanti e trasforma il pieno in una voce di spesa ancora più pesante.
Una misura tecnica, sulla carta. Nei fatti, un colpo diretto a chi usa l’auto ogni giorno per lavorare, spostarsi, vivere.
Cosa cambia davvero dal 2026
Il cuore della misura è l’aumento dell’accisa sul gasolio. Dal prossimo anno la tassazione sul diesel salirà di 4,05 centesimi di euro al litro. Un numero che può sembrare marginale, ma che, sommato all’Iva al 22%, produce un effetto ben visibile sul prezzo finale alla pompa.
Secondo le stime ufficiali, un pieno medio da 50 litri costerà circa 2,47 euro in più rispetto al 2025. Non è una cifra isolata, ma un incremento strutturale, destinato a ripetersi ogni volta che si fa rifornimento.
Chi utilizza l’auto con regolarità, ipotizzando due pieni al mese, si troverà a spendere circa 59,3 euro in più all’anno per ogni vettura diesel. Una somma che, moltiplicata per milioni di veicoli circolanti, spiega perché lo Stato preveda un aumento delle entrate pari a 552 milioni di euro già nel solo 2026.
Perché il diesel è nel mirino
Il riallineamento delle accise non nasce dal nulla. Da anni l’Europa spinge per ridurre il vantaggio fiscale di cui il gasolio ha beneficiato rispetto alla benzina. Il diesel è considerato più inquinante sotto il profilo delle emissioni nocive, soprattutto nei contesti urbani.
Il 2026 diventa così un anno simbolo. Non solo per le nuove regole sulle emissioni, ma anche per una politica fiscale che rende sempre meno conveniente mantenere un’auto diesel, anche di ultima generazione.
Non si tratta di un divieto esplicito. È una spinta indiretta, ma costante, verso altre alimentazioni. E il portafoglio è lo strumento scelto per orientare le scelte.
La benzina costa meno, ma non troppo
Contestualmente all’aumento dell’accisa sul gasolio, è prevista una riduzione su quella della benzina. Sulla carta, una compensazione. Nella realtà, l’esperienza degli automobilisti racconta altro.
In situazioni analoghe del passato, quando l’accisa sul diesel è aumentata anche solo di 1,5 centesimi, il prezzo alla pompa è salito quasi immediatamente. Al contrario, riduzioni di pari entità sull’accisa della benzina hanno prodotto ribassi minimi, spesso assorbiti dalla filiera o diluiti nel tempo.
Il rischio concreto è che l’aumento sul gasolio sia pienamente visibile, mentre il beneficio sulla benzina resti marginale, se non impercettibile.
Chi paga davvero il prezzo più alto
A subire l’impatto maggiore saranno alcune categorie ben precise. Pendolari, lavoratori che utilizzano l’auto per spostarsi quotidianamente, famiglie che vivono fuori dai grandi centri urbani. E poi artigiani, piccoli imprenditori, trasportatori leggeri che hanno scelto il diesel per convenienza e affidabilità.
Per molti di loro cambiare auto non è una scelta immediata né semplice. Il diesel resta, ancora oggi, una delle motorizzazioni più diffuse in Italia. E il 2026 rischia di trasformarsi in un anno di transizione forzata, fatta di costi crescenti e alternative non sempre accessibili.
Un segnale che va oltre il pieno
L’aumento delle accise sul gasolio non è solo una questione di carburante. È un segnale politico ed economico. Indica la direzione in cui si muove il sistema: meno spazio al diesel, più pressione fiscale, maggiore responsabilità individuale nelle scelte di mobilità.
Il problema è che questa transizione non avviene in modo uniforme. Le infrastrutture per l’elettrico sono ancora carenti in molte zone del Paese. Le auto alternative restano costose. E nel frattempo il diesel continua a essere indispensabile per milioni di persone.
Il 2026 si avvicina. E per chi ha un’auto a gasolio, il contatore è già partito.

