I miei nonni paterni possedevano due appezzamenti di terreno, uno in via del Monte e l’altro in via Crocifisso, adiacente alla casa dove sono nato io. Durante il loro matrimonio, misero al mondo otto figli e da buoni genitori al momento opportuno decisero di distribuire tra la prole i loro possedimenti terreni.
Non sto qui a fare le pulci sul modo in cui decisero e misero in atto la successione, voglio solo prendere spunto dal modo in cui i figli hanno poi “messo a frutto” i “talenti” ricevuti dai genitori.
All’epoca dei miei nonni si viveva del raccolto della terra, il lavoro nei campi pagava e sfamava interi nuclei familiari, del resto è ben noto a tutti che l’agro nocerino-sarnese dove la nostra Angri sorge, è uno dei luoghi più fertili d’Italia e quindi del mondo intero. La generazione successiva ai miei nonni (mio padre ed i miei zii), ha negli anni ottimizzato i raccolti integrando le coltivazioni con nuove colture di verdure oppure piantando alberi da frutto.
Non un filo d’erba di troppo disturbava il panorama rurale. Poi è subentrata la mia generazione (quella dei nipoti) che preda e figlia del consumismo, poco è confacente alla coltivazione dei campi con tutto quello che ne deriva, quindi gli appezzamenti che erano stati suddivisi “a strisce” tra gli eredi, hanno cominciato a mostrare i segni di un rapido abbandono o quanto meno di una trascuratezza galoppante.
Di noi nipoti, nessuno ha la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alla coltivazione della terra, che rende poco a fronte della fatica impiegata, ognuno è preso dal proprio lavoro, dai propri impegni, dalle proprie passioni. Ed è triste vedere tanto ben di Dio lasciato all’incuria con conseguente sviluppo esponenziale di erbacce infestanti e soffocanti.
Nessuna colpa sia ben chiaro, non sempre è possibile fare ciò che si vorrebbe, dovendo sacrificare sull’altare della famiglia e del vivere agiatamente il proprio tempo e le proprie capacità. Quindi fino ad un paio di anni fa, l’appezzamento (ormai zebrato) che costeggia via Crocifisso, tranne un paio di strisce, stava facendo la stessa fine di alcuni altri campi adiacenti: una giungla di erbacce ad altezza d’uomo.
Di cedere il possesso non se ne parlava, allora una delle discendenti, mia cugina perché siamo figli di fratello e sorella, ha fatto la mossa vincente: ha accettato l’offerta di un signore di mezza età, competente, appassionato, volenteroso, per bene, ma soprattutto capace, capace di far tornare ai vecchi lustri la striscia di terreno di sua proprietà.
Lei non dovrà più sentirsi in colpa perché aveva abbandonato il terreno, il bravo signore ha come spendere il suo tempo e come mettere a frutto la sua competenza, lei riceve regolarmente dei doni in natura per compensare la “cessione” temporanea a titolo gratuito del terreno, lui subisce gli sguardi di invidia di tutto il vicinato perché ha dimostrato che con il lavoro si può raggiungere qualsiasi traguardo.
Anche i terreni confinanti ne hanno tratto beneficio, perché i proprietari non volendo essere da meno hanno messo in moto le loro conoscenze ed ora c’è una frotta di brave persone che se ne prende cura fruttuosamente. Chissà se questo sistema può funzionare anche per le proprietà degli enti pubblici, come il nostro comune.
Ci sono fin troppe strutture abbandonate all’incuria e che potrebbero essere positivamente gestite da privati, così come ci sono “gioielli” (ad esempio palazzo Doria) che rischiano di tornare nel vecchiume da cui sono stati tirati fuori con tante difficoltà, se non vengono “utilizzati” positivamente e congruamente.
Mettiamo a frutto i talenti che i nostri avi ci hanno lasciato, non commettiamo l’errore di sotterrarli facendoli perdere di valore, di interesse, di pubblica utilità.

