I racconti di Carmine Lanzieri battaglia “La mia mano sinistra”

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La mia mano sinistra è gonfia, si mette in mostra con quella lucentezza propria di chi si sente al di sopra del resto del mondo; ha un tono bronzeo tipico di chi giace al sole a goder del tempo libero e dei soldi in quantità.

Per sentirsi ancora più unica ed importante, mi duole, e mi tiene sveglio la notte, decidendo in che posizione “non” riposare, rendendo inutile l’utilizzo della sveglia.

La mia mano sinistra è in ferie da una settimana, lei dice forzate, ma io penso proprio che l’abbia fatto di proposito ergersi ad unica difesa del mio corpo, quando sono inciampato e caduto rovinosamente qualche mattina fa, così da potersi sentire coccolata, fasciata e tenuta a riposo, mostrata con dolente pantomima ai chiedenti notizie che vivono la quotidiana “nullafacenza”.

La mia mano sinistra pur di sentirsi importante, ha mostrato con la sua mimica ricca di colorate sfumature e pregna di artificiose maschere, che i dottori non hanno sempre torto, ma quasi mai ragione: dal suo punto di vista articolato, lei ha qualcosa che non va, ma è talmente complicata la diagnosi che nessuno se ne è accorto.

Lei è malata di sé, ne sono sicuro, ed ora per non farle torto, e farla incaponire ancor di più nei suoi atteggiamenti di dolorosa superiorità, la tengo all’oscuro, letteralmente al buio, incappucciata in una spessa fascia di cotone atta a sostenerla ed allo stesso tempo, isolarla dal mio vivere quotidiano, anche dal mio scrivere.

Dorme e russa, placidamente persa nel mondo dei sogni dove non è la mia “seconda mano”, ma la prima e talentuosa mano di un artista famoso ed acclamato nel mondo. Poverina, la compiango e nel contempo la temo, conscio di quali azioni sinistre e sconsiderate è capace, avendolo più volte dimostrato.

Però devo ammettere che all’origine dell’attuale situazione di disagio ed ancorché difficile convivenza, un fondo di ragione, la tipa, la tiene. Partiamo quindi dal principio, cioè dalla famigerata mattina della rovinosa caduta. Non sto qui a tentar di trovare colpe o responsabilità, si sa che nella buona e nella cattiva sorte, vi è sempre una concatenazione di cause che con la “sorte”, intesa come fortuna, hanno ben poco da spartire, tranne che possono renderla buona o cattiva, dipende sempre dal punto di vista.

Era di lunedì mattina, poco dopo le sei e rientravo a casa, correvo, certo non come Forrest Gump che per similitudine paragonava la sua corsa al “vento che soffia”, ma per la mia età e la mia alquanto robusta corporatura, correvo niente male. Nell’ultimo chilometro della mia uscita mattutina, affronto via Stabia, scendendo il ponte sull’autostrada e passando davanti alla scuola media don Enrico Smaldone.

Qualche decina di metri prima del passaggio pedonale rialzato ed impegnando tutto il “fronte strada” dell’istituto, c’è un largo, diroccato, terremotato, bombardato, eternamente dissestato marciapiede. Sentendo arrivarmi alle spalle un veicolo e notando che in senso contrario sopravveniva una macchina, per non impegnare la sede stradale, decisi, come del resto in mille altre occasioni simili, di salire al volo sul marciapiede.

Senza rallentare la corsa e senza distogliere lo sguardo dal terreno infido ed accidentato, sollevai un poco di più il piede sinistro per compensare il dislivello, sicuro di continuare il mio cammino sul marciapiede, invece presi il volo: mal calcolando l’altezza del cordolo, cozzando con la punta della scarpa contro il dissestato manufatto, sentii mancarmi il mondo intorno, e davanti agli occhi vidi solo il grigio del cemento che si avvicinava alla velocità del suono, il suono del mio “sfracellamento” sul terreno.

Finito “lungo lungo” a terra e vergognandomi per la figura da “gnoccolone” appena fatta, mi rialzai in un lampo, tanto velocemente che credo gli occupanti delle macchine in transito dovettero pensare ad un’allucinazione. Ripresi a camminare (di correre manco a parlarne) e cominciai la conta dei danni.

Cadendo avevo battuto sul selciato nell’ordine: ginocchio sinistro con le immediate evidenze di una sanguinosa escoriazione; torace, che pur non mostrando segni tangibili, fa ancora male se affondo il respiro; volto, con un’appariscente tumefazione sullo zigomo (ovviamente sinistro) tale da far pensare al pugno di un pugile peso massimo; e mano sinistra, che prese subito sonno, pur gocciolando sangue all’attaccatura tra il mignolo e l’anulare.

Da buon medico fai da te, mi accorsi subito che il problema era la mano: mentre ancora percorrevo gli ultimi metri prima di arrivare a casa, questa cominciò a cambiare colore ed a gonfiarsi, come un rospo in amore, raddoppiò di volume chiazzandosi di tonalità di rosso, dal più acceso al più cupo.

Preda di mille pensieri, affrontai le abluzioni mattutine a modo mio, come se nulla fosse. Caffè, doccia e vestizione mi fecero contare le stelle che malgrado le si decanti a milioni di milioni, secondo me sono molte di più, specie se si ha una mano infuocata dal dolore. Un essere normale, avendo cresciuto nella grazia di Dio tre figli educati e rispettosi, ed avendone due a disposizione (seppur ancora sotto le coperte), avrebbe fatto leva sul loro amor paterno, chiedendo amabilmente di essere accompagnato in pronto soccorso per un controllo, invece “io sono io” ed in ospedale (a Nocera) andai da solo.

Alle 7,45 nella sala d’attesa eravamo in sei: due familiari in attesa di notizie, una “paziente” con due accompagnatori ed io. Eravamo capitati, a quanto capii dopo, sul cambio tra turno di notte e turno di giorno, praticamente in quel “limbo” fatto di andirivieni di operatori sanitari, passaggi di notizie e di pazienti in osservazione, pulizie appena iniziate e nervosismi da stanchezza di fine turno e nervosismi di chi sa che dovrà affrontare una lunga giornata prima di timbrare il cartellino in uscita e tornare meritatamente a casa.

E c’era il CORONAVIRUS in agguato. Vorrei essere così bravo con le parole tanto da rappresentarvi la faccia di quei due dottori, con contorno di infermieri, che si presentarono sulla soglia del “triage”, ed in tono tra il duro ed il rassegnato, annunciarono: “Nella shock room, abbiamo un positivo e nella tenda esterna un altro paziente in attesa del risultato del tampone”. E rivolgendosi ovviamente a tutti i presenti, senza manco minimamente immaginare i sintomi, per cui uno alle 7 e 45 di un lunedì mattina si presenta al pronto soccorso di un nosocomio che “serve” più di centomila utenti, in una situazione di emergenza sanitaria nazionale di tale entità, conclusero: “Vi consigliamo di rivolgervi al vostro medico curante oppure alla guardia medica sul territorio, fermo restando che se deciderete di essere visitati qui in pronto soccorso, siate consapevoli che in caso di contagio, la responsabilità ricade su di voi che siete stati avvertiti”. Ne seguì un silenzio così pesante che io, malgrado la mia veneranda età, non rammento d’aver mai avvertito.

Ricordo di essermi morso la lingua e di non aver replicato nel modo che secondo me meritavano, mi limitai a mormorare a denti stretti (ovviamente sulla malcapitata lingua): “Se la mia mano è rotta, pensate che il mio medico possa aiutarmi?” Sono stato dimesso alle 11,30 dopo una lastra rx di controllo ed una fasciatura comoda, impiegata solo per tenere ferma la mano, vittima della violenta botta, e non per la calcificazione di una frattura. La mia solita fortuna.

Al momento, dopo una settimana secca, ho tolto la fasciatura, ho smesso antidolorifici ed antinfiammatori, convivo con una lamentosa mano sinistra che non vuole lavorare, che non smette di sacramentare e che ventila, neanche tanto velatamente, di volersi separare da me che a suo dire sono senza cuore.

Sembrerebbe abbia ricevuto una proposta cinematografica per un ruolo di controfigura di “mano” nel prossimo episodio de “la famiglia Addams”…

Carmine Lanzieri Battaglia