I racconti di Carmine Lanzieri Battaglia: “Diamo a Cesare quel che compete a Cesare”

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Non sarà di certo passato inosservato lo “schemino”, asciutto e ovviamente per me incomprensibile, con cui si è data notizia della destinazione di un bonus meglio specificato come “quota retribuzione di risultato”, ai capi settore delle unità complesse (che sono otto) per il lavoro di responsabilità conseguente alla posizione dirigenziale che questi occupano.

Emolumenti dovuti, previsti e riconosciuti già nel bilancio di previsione approvato l’anno passato. Fin qui, come direbbe Totò, la notizia non fa una grinza: chi lavora aspetta premio e chi riveste una carica di responsabilità dalla quale derivano oneri oltre che onori, deve avere ciò che gli spetta. Già ai tempi dell’Impero Romano, l’imperatore (che veniva definito Cesare in onore del famoso Caio Giulio), riscuoteva tasse e balzelli a fronte della resa di un servizio, anzi più di uno. Con il suo esercito garantiva la sicurezza dei confini degli stati dell’impero, i suoi funzionari emanavano leggi ad hoc che erano puntualmente applicate, grazie al lavoro di controllo sul territorio degli uomini dell’imperatore. L’evasione o elusione fiscale era praticamente nulla, perché chi non pagava le tasse veniva duramente condannato e perseguito.

Da ciò possiamo tranquillamente dire che il significato della locuzione “dare a Cesare quel che è di Cesare” è sicuramente condivisibile, visto che a fronte del pagamento di un balzello, Cesare garantiva servizi altrimenti impossibili da sostenere da parte degli stati dell’impero. Oggi possiamo dire lo stesso? L’amministrazione (Cesare) offre e garantisce quei servizi per i quali richiede tasse e tributi (i balzelli) ai cittadini residenti? A prima vista sembrerebbe proprio di no. La sicurezza sul territorio è praticamente nulla: è di tutti i giorni il bollettino che enumera furti, danneggiamenti e diffusa maleducazione.

La macchina comunale sbuffa ed arranca tra uffici aperti a giorni alterni, funzionari spostati sulla scacchiera degli sportelli al pubblico, quasi fossero pedine di una partita a dama ed i servizi al cittadino che, come un fiume in piena, come in un’emorragia, vengono affidati ai privati, nel vano tentativo di alleggerire la pressione su palazzo di città. Il controllo affinché le regole vengano rispettate, affidato ad un pugno di uomini (e donne) che il più delle volte non sono neanche sufficienti a mettere in circolazione il parco auto destinato al loro lavoro di vigilanza sul territorio.

Purtroppo va detto che quel che diamo a “Cesare” non viene ripagato con un riscontro positivo di servizi di pubblica utilità e chi non dà, non viene perseguito, anzi viene ignorato, quasi giustificato, sicuramente tollerato. A valle di tutto questo fiume di parole, voglio chiudere il pezzo con un ragionamento terra terra: se è giusto, e sicuramente lo è, gratificare chi fa un buon lavoro, non sarebbe altrettanto giusto “punire” chi invece non produce risultati positivi? Che fine ha fatto la tanto auspicata “responsabilità soggettiva”?

Nel nostro quotidiano, chi sbaglia paga, nella pubblica amministrazione che tu faccia bene oppure no, poco importa, se devi avere avrai se devi dare forse un giorno darai. E quest’è!