I racconti di Carmine Lanzieri Battaglia: “Angri, città triste”

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Aspettavo che si facessero le otto e un quarto (di sera) mentre erano ancora le otto; fermo a Piazza San Giovanni con il muso della macchina rivolto verso Palazzo Doria, mi è venuta (come avrebbe detto Pino Daniele) una botta di “Appocundria”.

Con le finestre buie come occhi chiusi sul mondo e la malinconica solitudine di un gigante lasciato solo, il Castello mi è apparso in tutta la sua tristezza. Eppure tutti ne sbandierano i pregi e ne decantano le innumerevoli qualità che rendono Angri una città unica nell’agro e non solo. E si torna alla solita ed ammuffita questione su chi debba prendersi cura del nostro paese e delle sue ricchezze.

Certo si potrebbe obiettare che non tutti i giorni è possibile organizzare eventi o impegnare le sale con attività di vario genere ma, vedere le mura, il fossato, l’atrio, la torre merlata desolatamente al buio senza neanche un lumino acceso ad esaltare i contorni e la storia intrinseca del maniero, beh a me ha fatto tanta tristezza.

Angri mi è apparsa in tutta la sua traballante debolezza, il futuro sembra proprio buio e forse anche tempestoso. Ho avuto chiara l’impressione che il luogo fosse avulso dalla realtà, come un parco giochi dove fosse proibito l’accesso ai bambini, un circo senza animali o clown, una festa di compleanno senza la torta. È tutto triste, tanto triste.

A nulla servono, purtroppo, gli sforzi delle associazioni o dei commercianti, che spendono tempo e risorse al capezzale della città morente. Tutto il loro lavoro ed il loro impegno appassionato ma anche interessato, si trasforma in cure palliative, che alleviano per un poco la sofferenza di un paese che ormai sembra senza futuro. Ogni tanto il “dottore” di turno, assessore o consigliere che sia, si sveglia e propone la sua cura al male che attanaglia la nostra città, ma tutto, come al solito, si riduce in “chiacchiere e distintivi”, mentre noi di tutto abbiamo bisogno tranne che di saccenti incompetenti.

Io mi permetto di sguazzare per un poco nella melma dell’incapacità, schizzando di fango chiunque sia nelle vicinanze, ma poi mi ritiro ed aspetto a mia volta, chissà chi chissà cosa. E tutto è triste, molto triste, come una barca funebre alla deriva sul fiume Gange. E noi, sulla riva, a salutare con la mano.