Ogni 27 gennaio, in Italia e in decine di paesi nel mondo, il Giorno della Memoria si accende con un gesto semplice e potentissimo: una candela. Non è un simbolo casuale, né solo un elemento decorativo. La candela accesa è diventata, nel corso dei decenni, l’immagine più riconoscibile e condivisa della commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Ma da dove nasce questa scelta? Perché proprio una fiamma tremolante rappresenta il ricordo di sei milioni di ebrei assassinati, insieme a milioni di altre vittime del nazifascismo?
Le radici antiche del simbolo della candela
La candela accesa è un simbolo antichissimo, presente in quasi tutte le tradizioni religiose e spirituali dell’umanità:
- Nell’ebraismo la candela accompagna lo Shabbat, le festività e soprattutto il lutto (accensione di una candela di 24 ore – ner neshama – per i defunti).
- Nel cristianesimo la candela pasquale e le candele votive rappresentano Cristo luce del mondo e la preghiera.
- In molte culture pagane e laiche la fiamma simboleggia l’anima, la vita, la memoria che resiste all’oscurità.
Proprio per questo la candela ha una forza universale: parla a credenti e non credenti, a giovani e anziani, senza bisogno di parole.
La candela nel Giorno della Memoria: dall’ebraismo alla memoria collettiva
La scelta della candela come simbolo principale del Giorno della Memoria internazionale (istituito dall’ONU con la risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005) nasce da una pratica ebraica molto profonda: lo Yahrzeit (o Yortzeit), l’anniversario della morte di una persona cara. In quel giorno si accende una candela speciale che brucia per 24 ore, accompagnata dalla recita del Kaddish. È un rito intimo, familiare, silenzioso.
Quando, dopo la guerra, i sopravvissuti e le comunità ebraiche hanno iniziato a commemorare collettivamente la Shoah, hanno naturalmente portato con sé questo gesto. Accendere una candela per ogni vittima era impossibile, ma accenderne una sola diventava il simbolo di tutte: una fiamma che brucia per chi non c’è più, che illumina l’oscurità dell’oblio, che ricorda che la vita – anche quando spezzata – continua a brillare nella memoria.
Negli anni ’90 e 2000, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, la candela è stata adottata ufficialmente da istituzioni, scuole, musei e associazioni come immagine guida del 27 gennaio. In Italia, dopo la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il Giorno della Memoria, la candela è diventata onnipresente: accesa nelle piazze, nelle scuole, nelle sinagoghe, nelle stazioni, sui balconi.
Perché proprio la candela e non un altro simbolo?
- È universale → non appartiene a una sola religione o ideologia
- È intima e collettiva allo stesso tempo → ognuno può accenderne una a casa propria, ma milioni di candele insieme creano un’immagine potente
- È fragile e resistente → la fiamma trema, può spegnersi con un soffio, eppure resiste, proprio come la memoria della Shoah che va continuamente protetta
- È silenziosa → non ha bisogno di parole per comunicare dolore, rispetto, monito
- È luce nell’oscurità → rappresenta la vittoria della conoscenza e della coscienza umana sul buio dell’odio e dell’indifferenza
Come viene usata oggi in Italia (2026)
Nel 2026 il simbolo della candela resta centrale in tutte le cerimonie ufficiali e spontanee:
- Accensione collettiva in Parlamento, davanti alla Sinagoga di Roma, a Binario 21 a Milano, ad Auschwitz-Birkenau (dove migliaia di studenti italiani partecipano alla Marcia dei vivi)
- Iniziative “Candele per la Memoria” nelle scuole di ogni ordine e grado
- Balconi illuminati in molte città (tradizione sempre più diffusa dal 2020)
- Post social con 🕯️ e la scritta “Ricorda” o “Mai più”
- Installazioni artistiche: migliaia di candele a forma di binario ferroviario, di stella di David, di nomi di vittime
Un gesto semplice, un messaggio eterno
Accendere una candela il 27 gennaio non costa nulla, non richiede grandi discorsi, eppure dice tutto: “Io ricordo. Io non dimentico. Io non lascio che l’oscurità vinca”.
In un’epoca di rimozione veloce, di notizie che durano poche ore, la candela accesa ci costringe a fermarci, a guardare la fiamma tremare, a pensare a chi quella luce non l’ha più vista.

