Il caso Garlasco continua a dividere l’opinione pubblica e a riempire studi televisivi e aule giudiziarie.
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il confronto si sposta ancora una volta tra il racconto mediatico e le decisioni dei tribunali. Da un lato la trasmissione Le Iene, che torna a proporre nuove testimonianze sul delitto; dall’altro una sentenza della terza sezione penale del Tribunale di Milano che mette un punto fermo: associare Stefania Cappa, o la sua famiglia, all’omicidio è diffamazione.
Garlasco, la sentenza che condanna Le Iene
La pronuncia risale alla fine di aprile 2025 e ha portato alla condanna dell’autore e del conduttore di un servizio televisivo a una multa di 500 euro e al risarcimento della stessa Stefania Cappa, con una provvisionale di 10mila euro. Nelle motivazioni, depositate successivamente, la giudice Sara Faldini chiarisce che il servizio ha finito per insinuare un coinvolgimento della donna nel delitto, nonostante non sia mai stata indagata.
Nonostante la condanna, la trasmissione di Italia 1 ha rilanciato la propria inchiesta con un nuovo servizio andato in onda l’11 gennaio, presentando due presunte testimonianze definite “inedite”. Si tratta del racconto di una donna e di un uomo che non si conoscerebbero tra loro ma che sostengono di aver visto, la mattina del 13 agosto 2007, persone riconducibili alla famiglia Cappa nei pressi dell’abitazione di via Pascoli, dove venne uccisa Chiara Poggi.
Secondo la ricostruzione televisiva, queste dichiarazioni rafforzerebbero quanto affermato anni fa dall’operaio Marco Muschitta, che parlò di una ragazza bionda vista allontanarsi in bicicletta dalla zona del delitto. Una testimonianza che però fu ritenuta inattendibile dagli inquirenti e successivamente ritrattata dallo stesso Muschitta.
La giudice Faldini, nelle motivazioni della sentenza, sottolinea proprio questo aspetto, ricordando come l’inattendibilità di Muschitta fosse già stata accertata in sede giudiziaria e come le sue dichiarazioni non abbiano avuto alcun peso nei processi che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Riproporle, secondo il tribunale, senza chiarire in modo adeguato la loro inutilizzabilità processuale, produce una rappresentazione parziale e fuorviante dei fatti.
Garlasco il processo per diffamazione
Nel nuovo servizio, Le Iene precisano di aver presentato appello contro la condanna e di aver continuato l’inchiesta. Una delle testimoni racconta di aver visto un’auto nera guidata, a suo dire, da Maria Rosa, zia di Chiara Poggi, mentre l’altra persona riferisce di aver notato una ragazza bionda in bicicletta con un oggetto in mano. Dichiarazioni che, però, non hanno mai trovato riscontro giudiziario e che arrivano a distanza di molti anni dai fatti.
Proprio questo è il punto centrale evidenziato dalla sentenza: il processo per diffamazione non riguarda la ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi, ma la tutela della reputazione di chi, come Stefania Cappa, non è mai stato coinvolto formalmente nelle indagini. Secondo la giudice, il servizio televisivo ha finito per suggerire, anche implicitamente, che elementi decisivi siano stati trascurati o addirittura nascosti, alimentando sospetti privi di fondamento giuridico.
Il giallo di Garlasco resta uno dei casi più controversi della cronaca italiana, ma la linea tracciata dai giudici è netta: la ricerca della verità non può trasformarsi in un processo mediatico parallelo, soprattutto quando finisce per colpire persone estranee alle responsabilità accertate dalla giustizia.

