A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna a far discutere. Nuovi dettagli emersi da intercettazioni e testimonianze riaprono interrogativi mai del tutto chiariti, aggiungendo ombre e interrogativi a una vicenda giudiziaria che continua a dividere l’opinione pubblica.
Garlasco, il biglietto sulla tomba
L’8 ottobre 2007, sulla porta della cappella del cimitero di Garlasco dove riposa Chiara Poggi, compare un biglietto anonimo. È un semplice foglietto a quadretti, scritto in stampatello, senza firma. Poche parole, ma pesantissime: “Ad uccidere Chiara è stato Marco”. A raccontarlo, lo stesso giorno, è la madre della ragazza, Rita Preda, in una telefonata con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni. Un’intercettazione che oggi torna alla luce grazie alla pubblicazione di Maria Conversano, astrofisica e scrittrice, sul suo canale YouTube.
Nella conversazione, Rita Preda descrive il biglietto con voce scossa, ammettendo di tremare. L’avvocato Tizzoni chiede subito se quel “Marco” possa essere Marco Panzarasa, amico di Alberto Stasi. La risposta della madre è incerta: il cognome non c’è, solo il nome. Un dettaglio che apre più di una possibilità e che, ancora oggi, resta sospeso. Nella stessa telefonata, la donna riferisce di aver già consegnato il biglietto a un ufficiale, probabilmente il capitano Cassese.
Il nome “Marco” è uno dei nodi più delicati di questa storia. Marco è infatti anche il nome del fratello di Chiara Poggi. Un elemento che rende il biglietto ancora più ambiguo e inquietante. Si è trattato di un gesto di mitomania, di una provocazione priva di fondamento o di un messaggio che avrebbe meritato un approfondimento maggiore? Resta da capire se quel bigliettino sia stato realmente analizzato e che peso abbia avuto, se ne ha avuto uno, nelle indagini dell’epoca.
Garlasco, la scarpa nei pressi della villetta Poggi
Accanto al mistero del biglietto, riaffiora un altro episodio rimasto ai margini dell’inchiesta ufficiale. È quello di una scarpa ritrovata nei pressi della villetta dei Poggi nel 2008, pochi mesi dopo l’omicidio. A raccontarlo pubblicamente per la prima volta è un testimone di Garlasco, intervenuto nella puntata di Mattino 5 del 10 febbraio 2026.
L’uomo ricorda con precisione il momento del ritrovamento. Durante una passeggiata, nota una scarpa a terra, simile a un mocassino, di misura 36-37, apparentemente nuova e fuori contesto. Intuendo che potesse essere rilevante, evita di toccarla direttamente e si reca dai vigili urbani. La scarpa viene prelevata, inserita in un sacchetto e portata via, direzione Vigevano. Un passaggio che, col tempo, si trasforma in un punto oscuro dell’intera vicenda.
Il testimone verrà successivamente convocato dal capitano Cassese per chiarire la sua presenza nella zona. Spiega di essere lì per raccogliere erbette. Poi, il silenzio. Di quella scarpa, negli atti dell’inchiesta sul delitto di Garlasco, non rimarrà traccia. Secondo quanto emerso, sarebbero state scattate delle fotografie, ma di una scarpa diversa, completamente nuova. Nessuna repertazione ufficiale, nessuna analisi tecnica, nessuna catena di custodia documentata.
Interpellato da Mattino 5, uno dei vigili coinvolti all’epoca esclude l’esistenza di una relazione scritta che giustifichi l’eliminazione dell’oggetto. La spiegazione fornita è che si trattasse di una “scarpa marcia”, ritenuta non pertinente all’indagine. Un oggetto portato ai carabinieri, ma mai entrato formalmente negli atti.
Il biglietto anonimo e la scarpa scomparsa rappresentano oggi due simboli delle zone d’ombra che ancora avvolgono il caso Chiara Poggi. Elementi che, a distanza di anni, continuano a sollevare domande su quanto sia stato approfondito, su cosa sia stato trascurato e su quanto resti ancora da comprendere di una delle vicende giudiziarie più controverse della cronaca italiana.

