I comuni di Cava de’ Tirreni e di Maiori hanno sancito un protocollo d’intesa per la realizzazione di un tunnel sotterraneo di 7 km, che dovrebbe collegare le due città con un tempo di percorrenza di dieci minuti o poco più. Un’opera che richiede tempo e denaro, oltre 130 milioni di euro, ma senza contare i danni all’ambiente dal punto di vista geologico e idrogeologico. Per il momento una semplice dichiarazione d’intenti, un progetto scritto sulla sabbia, come si suol’ dire, che resterà probabilmente un semplice ricordo, almeno si spera. Ma ancora una volta la politica sembra voler infierire sulle risorse naturali del nostro territorio già sin troppo martoriato, senza fare i conti con le possibili conseguenze di un’opera mastodontica, impossibile a farsi e che apporterebbe più svantaggi che aspetti positivi, dimenticando i drammi e le tragedie che hanno costellato la nostra terra in tempi non troppo lontani. L’ipotesi della realizzazione di un traforo attraverso i Monti Lattari presenta molteplici perplessità, sia dal punto di vista amministrativo/tecnico, legato ciò ad una serie di norme esistenti che indirizzano la pianificazione del territorio, sia dal punto di vista geo/idrogeologico.
Silvana di Giuseppe, geologo, master in ingegneria ambientale al Politecnico di Torino, libero professionista, ha al suo attivo numerose esperienze in materia di risorse idriche sia dal punto di vista professionale che gestionale, oltre a numerose pubblicazioni in materia di acque, ultima in ordine temporale “La risorsa idrica potabile: amministrazione, gestione e tutela” edito da Dario Flaccovio. È stata vicepresidente dell’Autorità d’Ambito Sele 4, ente che si occupa del controllo tecnico ed amministrativo delle società affidatarie della gestione del servizio idrico integrato per tutto il territorio della provincia di Salerno. Le sue riflessioni in merito al tunnel Cava-Maiori sono di carattere puramente tecnico e non vogliono avere nessuna interferenza politica.
La tragedia di Sarno docet – “Andiamo con ordine. Le Autorità di Bacino, successivamente agli eventi disastrosi di Sarno, hanno provveduto a realizzare i piani di assetto idrogeologico che non sono altro che gli indirizzi normativi e tecnici a cui attenersi per la pianificazione e le attività a farsi sul territorio – ci spiega la dottoressa Silvana di Giuseppe -. La valenza amministrativa di questo atto di pianificazione di settore, perché riguarda aspetti specifici come la pericolosità ed il rischio frane e alluvioni, è sovracomunale e dunque i piani urbanistici comunali devono adeguare la propria attività di “uso” del territorio, a quanto indicato nel Piano delle Autorità di Bacino. Ciò vale ovviamente soprattutto per quelle aree in cui l’Autorità, avendo riconosciuto elementi geomorfologici predisponenti una attività di frana o frane attive, ne inibisce qualsiasi nuovo uso ed anzi ne favorisce l’allontanamento. Per ciò che riguarda i monti Lattari le cosiddette aree rosse, cioè quelle per cui qualsiasi uso è limitato, rappresentano gran parte della frazione medio-sommitale della catena ed in particolare i valloni e le testate degli impluvi, vale a dire il punto in cui si origina il torrente. Queste infatti sono aree in cui, analogamente a quanto accaduto a Sarno, la presenza di una coltre di copertura di sedimenti di tipo piroclastico, derivanti cioè dall’attività eruttiva del Vesuvio, che poggia sulla formazione calcarea, dà origine ad uno scivolamento della prima sulla seconda, per effetto sostanzialmente di una diversa capacità di ritenere l’acqua piovana al proprio interno. In definitiva una diversa permeabilità. Per rimuovere questo vincolo le Norme dell’Autorità prevedono che ci si adoperi per “dimostrare” che l’evento temuto non sia in realtà concretamente realizzabile, non ci siano cioè le condizioni predisponenti il fenomeno franoso. Altra strada potrebbe essere quella di mettere in campo misure di mitigazione del rischio e quindi abbassare per così dire la febbre da frana di quella frazione del territorio. In entrambi i casi gli investimenti in termini economici e di tempo sono notevolissimi perché l’area da investigare è ampissima e, la possibilità di successo presso l’Autorità, non molto elevata. La decisione tuttavia di affrontare questo enorme punto interrogativo con grossi investimenti è solo ed esclusivamente di tipo politico”.
Difficoltà di realizzazione – La realizzazione del tunnel Cava-Maiori dovrebbe avvenire attraverso l’uso di esplosivo e resta alta l’incognita su come potrebbe reagire la coltre di copertura a simili e ripetute sollecitazioni che avrebbero l’effetto simile a delle onde sismiche con conseguenti possibili frane o un innalzamento di predisposizione al franamento. “E’ esperienza comune a tutti noi l’osservazione di quanto siano insidiose ed imprevedibili le manifestazioni di crolli e ribaltamenti nei costoni rocciosi della nostra costiera – prosegue la geologa di origini metelliane -. La linea di escavazione del tunnel influenzerebbe certamente l’andamento delle fratture e fessure nei blocchi calcarei, questa volta dall’interno verso l’esterno, con difficile possibilità di immaginare la proiezione e tantomeno l’andamento delle stesse verso l’esterno del costone. Quando si provvede infatti alla progettazione delle opere di contenimento sui versanti in roccia, lo studio dell’andamento delle fratture e quindi la proiezione tridimensionale, per comprendere come provvedere al contenimento, è più intuitiva e comunque supportabile anche da strumentazione per il rilievo delle stesse. Ben diverso invece è il pensare come una deflagrazione dal profondo possa definire un nuovo quadro fratturativo e fin dove esso spinge la sua influenza verso l’esterno. Questo aspetto ha una notevole interferenza anche sulla circolazione idrica sotterranea e dunque sull’attuale bacino di alimentazione, definito tecnicamente acquifero, di molte delle sorgenti presenti”.
Un po’ di storia… – La memoria storica non dovrebbe cancellare quanto avvenuto durante la realizzazione della galleria ferroviaria di S. Lucia quando, con lo sconvolgimento dell’assetto idrico sotterraneo e per un errore di progettazione si finì per “bucare” il bacino di alimentazione profonda dell’acquifero e durante i lavori di scavo gli operari furono investiti da un fiume di acqua e alcuni di loro persero la vita. “Fu stravolto l’assetto idrico dei monti di Salerno e la conseguenza più evidente per la nostra città fu il prosciugamento di tutti i pozzi posti sul versante Rotolo/Arcara – ha sottolineato la dott.ssa Silvana di Giuseppe -. Tutta l’acqua presente nella struttura fu indotta a defluire verso Salerno e la galleria ferroviaria divenne una sorta di mega opera di captazione dell’acqua. Attualmente sotto la galleria ferroviaria vi è un condotto che drena l’acqua verso la sorgente Cernicchiara (all’incirca dove una volta erano i caselli autostradali e si vede una cava) la cui portata è notevolissima. Stesso errore è stato rifatto per il traforo Porta Est/Autorità Portuale in cui la “imprevedibile” venuta d’acqua in galleria ha comunque creato difficoltà operative”.
Rischio idrogeologico – Per quanto concerne la galleria Cava-Maiori bisogna inoltre tener presente che molte delle sorgenti e molti pozzi presenti nell’area potenzialmente interessata sono utilizzate a scopo potabile, vale a dire immesse nella rete acquedottistica ed utilizzate per soddisfare l’esigenza umana. “Il Testo unico Ambientale (TUA) prevede che per le acque destinate appunto al consumo umano (art.94 TUA ex D.lgs152/2006) siano individuate da parte delle Regioni, le aree di salvaguardia delle fonti per mantenere e migliorare le caratteristiche qualitative delle stesse, individuando una zona di tutela assoluta, una zona di rispetto ed una zona di protezione – afferma la geologa cavese -. Quest’ultima ha la precipua finalità di protezione delle acque sotterranee, anche di quelle non ancora utilizzate, per l’uso umano e per essa devono essere identificate le aree di ricarica della falda, le emergenze naturali ed artificiali e le zone di riserva. Inoltre sono posti precisi vincoli edificatori e di destinazione. Giova ricordare che esiste una sentenza del Consiglio di Stato (6337/2007) in cui si afferma il principio che le aree situate nella zona di rispetto non possono essere utilizzate a scopo edificatorio “in stretta conformità alle vigenti disposizioni dettate in sede europea su tale materia” e che una sentenza del Tar Puglia, in assenza di regolamentazione delle aree di salvaguardia da parte della regione, ha fatto espresso riferimento alle norme nazionali (Tar Puglia 2108/2007). Il quadro mi sembra dunque abbastanza complesso ed enormemente impegnativo – ha concluso Silvana di Giuseppe – sia per fattibilità tecnica quanto e soprattutto per il groviglio e la interazione amministrativa su aspetti molto delicati”. Ma la storia continua… (fine prima parte)
Luigi Ciamburro


