FESTA DELLA MAMMA. Le mamme napoletane sono personaggi

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di Luigia Mase – Secondo un luogo comune internazionale gli italiani sono un popolo di mammoni, ma è a Napoli che questa credenza ha un suo fondamento reale. Come potrebbe non essere così? Le famiglie napoletane sono particolarmente matriarcali: la moglie decide, porta avanti la casa, educa i figli, cucina e lavora. Nessun napoletano troverà mai una donna più importante di sua madre, non si sentirà mai amato come quando si sentiva dire “cor ‘e mamm”
“A mamma è semb à mamma” nella cultura napoletana. La figura materna conta moltissimo. È un’istituzione, è un personaggio!
Il rapporto madre-figlio è speciale. Fin dall’infanzia quando sei nella culla e ti tocca sentire la ninna nanna con “glielo do alla Befana che se lo tiene una settimana… glielo do all’uomo nero che se lo tiene un anno intero…”. Quanti bambini si sono detti crescendo: perché l’Uomo Nero? Nu stevo bbuono addà Befana che mi faceva i regali?
La cosa più traumatica per un bambino napoletano è il momento della pappina, quando è necessario aspettare l’aeroplanino sperando che non sia dell’Alitalia, aspettare il trenino sperando che non sia della Vesuviana, aspettare la nave sperando che non sia del comandante Schettino, sennò “riman digiun e muort ‘e famm”.
La mamma napoletana è iperprotettiva, sta affacciata al balcone a guardare i figli che giocano sotto casa, nel parco sotto i suoi occhi… “Nu sudà ca’ pigl ‘a brunchit; nu correre ca’ cad; ti ja mise ‘a magl ‘e lana?”.
La funzione educativa della mamma a Napoli è quella più importante e si mette in pratica con ‘e mazzate, procedendo per tappe evolutive. Fino a 5 anni ci sono le tottò sul culetto, poi si passa alla paliata che genericamente vede l’utilizzo del battipanni o ‘a cucchiarella. Sicuramente ‘o pacchero a vota pesce è l’arma più potente, inaspettata e veloce. Dopo i 10 anni si passa alle armi a lunga gittata: il lancio dello zoccolo è lo sport preferito dalla mamma napoletana. L’attenzione della mamma resta della stessa intensità ma cambia di forma con l’avanzare del tempo.
I bambini piccoli vengono svegliati con un dolce bacetto e con un “a zupp ‘e latte è pronta”. Per i grandi si usano le maniere forti, na mazz e scopa e una voce forte che dice “sussete e vatt a trovà na’ fatica”.
Le mamme restano legate ai propri figli e anche dopo che i loro piccoli hanno compiuto i 40 anni dicono “bell’e mamma”. Sì, perché a Napoli ogni scarrafone è bell’à mamma soja.
I figli per la mamma napoletana sono sempre perfetti, sempre belli, sempre bravi guaglioni. Quando poi si arriva all’età di cercare moglie inizia la vera tragedia. La ragazza deve piacere prima alla mamma e poi al figlio. Se il giovane saluta qualcuno comincia: chi è chella guagliona? Se non ottiene risposta se la squadra ra capa a piede e poi fa la lista: tene l’uoccie stuorte, tene à vavarella, tene i cosce a tarall e così via all’infinito. Insomma una tortura, eppure i giovani napoletani sanno che nessuno te vo’ bene cchiù de mamma e allora pazientemente vanno incontro al matrimonio e la futura sposa sa bene che si dovrà sentir dire tante volte comme diceva mammà oppure ad ogni piatto comme faceva mammà. Tuttavia anche ormai adulto l’uomo napoletano quando avrà bisogno, o si sentirà solo, oppure vorrà un amore incondizionato e due braccia confortanti, quando avrà paura, con un sussurro, un urlo chiamerà sempre a mammà.