ESCLUSIVA MN 24 Vivere ai tempi del Coronavirus, Italia, alla riscoperta della collettività perduta

È il DCPM dell’8 marzo 2020 firmato nella notte dal Presidente Giuseppe Conte ad espandere la chiusura di negozi, pub, ristoranti, teatri in tutta Italia. Non c’è più nessuna zona rossa…è l’Italia intera a dover rispondere al provvedimento #io resto a casa. “Non abbiamo più tempo, dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa, lo dobbiamo fare tutti e subito” sottolinea il Presidente. Un virus che come un uragano ha travolto tutti e tutto indistintamente senza scrupoli dall’economia alla nostra socialità, generosità e umanità che da sempre ci contraddistingue in tutto il mondo. Il primo caso del 18 febbraio 2020 sembrava quasi scuotere Codogno e tutti noi da una realtà che pensavamo di non dover mai affrontare. Eppure man a mano questa “peste” ci ha ridotto a fare pace con noi stessi e la nostra individualità. Si perché non è il singolo ad essere colpito ma la collettività. Non bisogna più pensare a come muoversi singolarmente ma nell’insieme. Molti i medici dell’eccellenza lombarda scettici al COVID-19 che poi si sono ricreduti. Interessante è la testimonianza di un anestesista che al Fatto Quotidiano del 6 marzo 2020 afferma che “Noi che lavoriamo nella sanità in questo momento storico siamo appesi ad un filo e voglio dire una cosa: l’eccellenza della sanità lombarda è una balla mostruosa. Io, per dire, mi sono trovato con altre chiamate urgenti nella notte, ma erano finiti i dispositivi di sicurezza individuali, avevano fatto male i conti. O per farti un altro esempio, solo a distanza di tre giorni il mio nome è stato segnalato come personale a contatto con il caso xy positivo per Covid-19 in direzione. Nessuno della direzione ha contattato noi operatori, e mi chiedo se, forse, la mia vita valga meno di quella del signor Fontana che di certo non ha messo le mani in bocca ad uno che non respira ed è positivo per il Covid-19. Sono arrabbiato contro questa sanità pubblica che è stata depauperata per favorire una sanità privata anche da gente come il signor Fontana che nemmeno sa mettersi una mascherina chirurgica in maniera corretta a favore di telecamera. Sono arrabbiato. E spero solo di avere davanti a me tutto il tempo per farmela passare”. Una situazione che insomma sta sfuggendo di mano, ma da cui l’Italia e noi italiani sicuramente ne vogliamo uscire con meno danni economici e sociali possibili. Ma la solidarietà del Bel Paese dal cuore grande, lo sappiamo, esiste: a cominciare dai flashmob organizzati ogni giorno da tutta la popolazione che, di regione in regione, vuole farsi forza assicurandosi che “andrà tutto bene!”. Tanti i cartelloni e le bandiere tricolore appesi ai balconi…quasi a dimostrare al mondo e a noi stessi che sì, la lotta è dura perché c’è chi ancora non obbedisce al decreto, ma ce la faremo! Rimanere a casa non è come stare in galera. A proposito di questo non dimentichiamoci delle rivolte alle carceri italiane che da Modena a Foggia hanno segnato altri morti da aggiungere a quelli del COVID-19, 12 deceduti e oltre 23 evasi. È certo che il settore più colpito e che già era in crisi è stato quello della cultura, dei teatri, della musica e degli spettacoli, i fiori all’occhiello italiani per eccellenza nel mondo… più che in Italia. Musicisti che erano stati ingaggiati si sono ritrovati a fare prove per spettacoli che non verranno mai pagati né rimborsati nei loro viaggi.

La stima è di oltre 10 milioni di euro persi, oltre 7400 le date cancellate. L’AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo ha dichiarato con urgenza, tramite lettera inviata al ministro Franceschini, lo “stato di crisi”. Anche se l’articolo 19 del Contratto Nazionale dei Lavoratori dello Spettacolo stabilisce che in caso di “forza maggiore” venga corrisposta ai lavoratori una paga almeno pari alla minima sindacale per il totale di dodici giorni, trascorsi i quali entrambe le parti possono sciogliere il contratto, molti cantanti del Teatro San Carlo, ad esempio, si sono visti rescindere il contratto fino al 3 aprile senza alcun tipo di assicurazione preventiva. Una situazione talmente critica che anche i sindacati, che se ne sono presi carico hanno difficoltà ad avviare: dagli ammortizzatori in deroga per dipendenti dei teatri e delle sale cinematografiche agli artisti e tecnici con contratti a tempo determinato, per i quali successivamente, dovranno essere trovate altre misure straordinarie “ad hoc” con l’appoggio del governo. Non ci resta quindi che questo “clima da film” alla Sergio Leone, dove il tempo e lo spazio sembrano riflettersi in noi come un deserto andaluso di “Per un pugno di dollari”, possa rivelarsi come una grande e valorosa riscoperta del senso collettivo e affettivo umano delle famiglie e delle piccole cose, quali proporre una pizza o una torta in casa, a volte date troppo per scontato o per nulla considerate.

Ilaria Carbone