I libri possono servire qualsiasi padrone, del resto la nostra storia recente ci ha insegnato che i più prepotenti dichiarano: «Dio è con noi». Di fronte a qualsiasi forma di Chiesa che considera più importante il dogma dell’uomo, io sono per la libertà dell’uomo e non per la sudditanza al dogma: lo diceva Ermanno Olmi, straordinario regista morto a 86 anni. Se dovessimo sintetizzare in un solo aggettivo il cinema di Olmi sceglieremmo ‘imprevedibile’. All’inizio della sua fama (erano gli anni Sessanta), per film come Il tempo si è fermato, Il posto, I fidanzati gli fu applicata l’etichetta di cantore della gente comune. Con E venne un uomo (1965), biografia di papa Giovanni XIII, il regista dà spazio al proprio sentire religioso. Dopo alcuni film tinti di metafora (Un certo giorno, Durante l’estate, La circostanza), realizza quello che resta il suo capolavoro: L’albero degli zoccoli, fiaba contadina che a Cannes vince una Palma d’Oro di straordinario significato per un film parlato in dialetto bergamasco Nel 1982 dà vita a Ipotesi Cinema, bottega del cinema che collaborerà con la Rai e sfornerà nuovi registi. Colpito da una malattia invalidante, resta lontano dal set per un lungo periodo. Vi torna nella seconda metà degli anni Ottanta con la parabola Lunga vita alla signora! (Leone d’Argento) e con La leggenda del Santo bevitore, Leone d’Oro a Venezia ed Il segreto del bosco vecchio. Dal 2000 in avanti: Il mestiere delle armi e Cantando dietro i paraventi.Del 2007 è la parabola cristologica Centochiodi, che Olmi dichiara essere il suo ultimo film narrativo prima di dedicarsi al documentario. In realtà dirigerà storie di fiction, col Villaggio di cartone e col dolente Torneranno i prati (2014).

