La docu-serie su Fabrizio Corona, prodotta da Netflix, è al primo posto della classifica italiana, ma secondo Selvaggia Lucarelli non si tratta affatto di un successo. Anzi. Nella sua analisi, la giornalista smonta punto per punto la narrazione dominante che accompagna il progetto, definendolo un prodotto che “non funziona” sia dal punto di vista dei numeri sia, soprattutto, da quello dei contenuti.
I numeri smontano il presunto successo
Lucarelli parte da un dato oggettivo: il primo posto in Italia non basta a parlare di hit globale. La docu-serie “Io sono notizia“, spiega, è entrata nella top ten solo in Paesi dove è forte la presenza italiana, come Croazia, Malta, Ungheria e Svizzera, e spesso in posizioni marginali. Nel resto del mondo il titolo è praticamente invisibile e, invece di crescere, perde posizioni giorno dopo giorno.
Il confronto con altri prodotti true crime italiani è impietoso. Operazioni come Yara o il documentario su Wanna Marchi e Stefania Nobile avevano raggiunto il primo posto in diversi Paesi, dimostrando un reale interesse internazionale. In questo caso, invece, a fronte di un investimento stimato in circa 2,5 milioni di euro — con quasi 800mila euro coperti da tax credit — il risultato è, secondo Lucarelli, chiaramente un flop.
Il vero problema è il contenuto
Ma per la giornalista il punto centrale non sono nemmeno i numeri. Il nodo vero è la scelta narrativa. La serie viene definita “falsissima”, non nel senso di fiction dichiarata, ma perché costruita su una rappresentazione distorta e indulgente del protagonista. Non un documentario su Corona, ma un documentario per Corona.
Lucarelli, che proprio ieri ha sputato veleno sulla sentenza di assoluzione a Chiara Ferragni, sottolinea come il racconto normalizzi, tra una risata e l’altra, comportamenti gravissimi. Nella serie, spiega, si ride soddisfatti del fatto di aver preso in giro la giustizia, arrivando a raccontare senza alcuna distanza critica episodi come l’introduzione di droga in carcere per simulare una dipendenza e ottenere benefici penitenziari. Elementi che, inseriti senza un contrappeso etico o giornalistico, finiscono per trasformare fatti penalmente rilevanti in intrattenimento.
L’assenza di contraddittorio
Un altro aspetto che Lucarelli definisce inquietante è la totale mancanza di contraddittorio. Nella docu-serie viene citata anche una sua inchiesta, ma — secondo quanto racconta — una frase le viene attribuita in modo scorretto. Non solo: Netflix non le avrebbe dato alcuna possibilità di replica, né avrebbe effettuato verifiche adeguate su quanto riportato da altri protagonisti del racconto.
Questo, per la giornalista, conferma la natura dell’operazione: non un lavoro giornalistico, ma un prodotto costruito per rafforzare una narrazione autoassolutoria, senza spazio per voci critiche o per una reale contestualizzazione dei fatti.
Un caso che va oltre Corona
La riflessione finale va oltre il singolo personaggio. Secondo Lucarelli, il caso della docu-serie su Corona apre un problema più ampio sul ruolo delle piattaforme e sulla responsabilità editoriale. Normalizzare reati, deridere il sistema giudiziario e trasformare comportamenti violenti o illegali in spettacolo, senza filtri né approfondimento, non è solo discutibile: è pericoloso.
Il successo italiano, dunque, sarebbe più apparente che reale. E il rischio è che, dietro l’etichetta del true crime, passi un messaggio che nulla ha a che fare con l’informazione o con l’analisi critica, ma molto con la celebrazione di un personaggio e delle sue scorciatoie.

