Disumanizzazione al reparto psichiatrico dell’ “Umberto I” di Nocera: la denuncia sui Dca

0
604

di Roberta Montanaro

Forte come parola eh? Il pensiero riporta la mente alla sensazione, spesso, provata da alcuni detenuti o a quella avvertita dai deportati nei campi di concentramento. Ahimè, a volte, la realtà supera l’immaginazione in quanto, purtroppo, è quella che si ritrovano a dover sopportare anche alcuni pazienti, soprattutto, quelli affetti da Disturbi del comportamento alimentare, nel reparto di psichiatria dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore. La suddetta sezione di degenza si occupa anche del trattamento di questi, riservandovi 4 posti letto, di cui la primaria va particolarmente fiera , quale fiore all’occhiello della settore preposto alla cura dell’igiene mentale, ritenendosi una vera e propria esperta anche a dispetto dei suoi stessi collaboratori che, invece, talvolta, appaiono anche più capaci ed esperti nella gestione di queste patologie considerate ancora singolari, soprattutto nel Sud Italia, benchè, stando alle statistiche, sembra si registri proprio in Campania il più alto tasso di mortalità ad esse connesso.

Il vero problema nella nostra regione è l’assenza di strutture comunitarie. Abbiamo solo ricoveri ospedalieri dove avviene, forse, una riabilitazione psichica e nutrizionale ma non si passa attraverso un vero e proprio percorso psicologico che consenta anche, a piccoli passi, un miglioramento dello stato emotivo della persona. Basti pensare che l’unico complesso residenziale attivo sul territorio è il Centro di Mariconda, a Salerno, in via Martin Luther King, con una ventina di alloggi, chiaramente insufficienti. Queste malattie proprio perché molto complesse e particolari non possono essere trattate in generiche sedi psichiatriche ma necessitano di un’equipe precisamente composta da psichiatri, psicologi, nutrizionisti ed internisti nonché altre figure, operatori socio-sanitari, specificamente formate per assistere il paziente che versa in uno stato psico-fisico molto precario. C’è un reale bisogno di amore ed empatia.

Praticamente tutto quello che non si ritrova nella sopracitata unità operativa, formata da medici e paramedici che, malapena, riescono a prestare una pronta assistenza a chi è colpito da altri disordini mentali, fatte salvo rare eccezioni. Le ragazze/i che presentano un disturbo della nutrizione, a differenza di quanto avviene in alcune strutture preposte site nel Nord-Centro Italia o nelle isole come “Lo Specchio” in Sardegna, non hanno, pressoché, alcuna liberta di movimento perché costrette a letto per gran parte della giornata, vincolate da flebo di qualsiasi tipo, considerando gli squilibri elettrolitici che riportano, nonché alla nutrizione artificiale. Ovviamente questa massiccia sottoposizione a fleboclisi, senza consentire loro di assumere alcun integratore per via orale, è legata, in realtà, al contenimento dell’iperattività, tra i tratti più caratterizzanti di queste affezioni, insieme a quello comunemente conosciuto come dispercezione corporea, per la quale non utilizzano alcuna tecnica ben precisa tra quelle previste dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

I degenti, inoltre, sono costretti a consumare gran parte dei pasti a colazione, pranzo e cena, con modalità non proprio tra le più accomodanti, senza la minima premura verso quelli che risultano essere per essi tra i momenti più fobici della giornata in relazione alla loro paura dei condimenti (olio, sale e spezie varie), al volume ed alla consistenza degli alimenti. Un errore, questo, quasi, inaudito commesso da chi si autoproclama quale specialista in materia .Queste persone dovrebbero avvicinarsi, se possibile, al cibo con un’andatura graduale, rispettando i loro tempi, insegnandovi il valore che il valore che lo stesso ha nella vita dell’essere umano e con l’assistenza di educatori che sappiano come intervenire in caso di crisi che, comunemente, avvengono durante questi intervalli temporali. Nel caso, invece, di forzature, come quello in questione, è ovvio che si avrà l’effetto boomerang , con il totale rifiuto di alimentarsi anche per via parenterale, l’insofferenza a trattenere ciò che si è assunto, da cui nasce l’aberrante necessità di tenere chiusa a chiave la toilette delle loro camere, proprio per evitare che vi si possano recare per espellere il cibo che hanno dovuto ingerire, aggiungendosi scarso affidamento e rispetto nei confronti dei curanti con risultati ancor più devastanti sulla loro psiche. Parliamo, infatti, di un contesto dov’è, sì, presente, formalmente, la figura di una psicologa ma, a conti fatti, non è in grado di prestare alcun alcun tipo di supporto morale, propendendo all’ascolto ed alla presa in carico delle sofferenze interiori e delle paturnie delle vittime di questi demoni. Lo stesso discorso può essere esteso anche agli psichiatri addetti solo alla prescrizione ed al dosaggio dei sedativi.

Mancanza di umanità che si riscontra anche nei confronti degli altri ricoverati in questo luogo, a mio dire, terrificante, anch’essi ugualmente molto fragili e vulnerabili.Quella che viene, poi, presentata come la saletta dove le fanciullette/i possono prepararsi delle tisane o del latte non è altro che un ambiente chiuso, con una cucina, destinato alla pausa caffè di dottori ed infermieri. Già questo dovrebbe far riflettere, almeno, i più avveduti quando si accingono alla visita del reparto ed all’ascolto delle spiegazioni della primaria. Apparirebbe singolare quanto disfunzionale pensare che tali ammalati possano avere libero acceso a vani di tal tipo, specialmente nei casi di bulimia nervosa. Dulcis in fundo, proprio a dimostrazione dell’efficace funzionamento di questo dipartimento, dell’efficienza di quanti vi lavorino e dell’impeccabile attenzione nei confronti di una categoria di pazienti particolarmente deboli, vi è un bagno con un’unica doccia in comune, indice di scarse condizioni igienico-sanitarie in quelllo che viene mostrato all’esterno quale gioiellino del summenzionato nosocomio.

Tirando le somme, allora, la situazione, per come si presenta, sta ancora lì a ricordarci di quanto, tuttora, nonostante gli sforzi fatti, la salute mentale sembrerebbe avere una dignità inferiore rispetto a quella fisica, quasi come se il male psicologico fosse autoinflitto e, così, di colpo, con tanta buona volontà, se ne potesse guarire. Questi specifici disturbi scontano, poi, la pena, di non essere considerati, il più delle volte, neanche come reali malattie ma quali semplici capricci legati ad un certo standard di corpo dal voler raggiungere senza capire che il cibo è solo lo strumento attraverso il quale l’individuo, nelle più disparate forme, cerca di manifestare il proprio malessere interiore. La carenza, quasi totale, di qualsiasi forma di cognizione di situazioni di questo genere porta con sé la naturale inadeguatezza e nel trattarle nella maniera più pertinente e nel formare appropriatamente il personale preposto.

Nonostante il loro inserimento, in una categoria a parte, nei Livelli essenziali assistenziali, ampliando, così, la possibilità di erogare prestazioni e servizi gratuiti (o dietro pagamento di un esiguo ticket) attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, si è, finora, ben lontani dal raggiungimento di un’unità interdisciplinare che consenta la reale presa in carico integrata della persona.La prassi clinica rimane, per ora, caratterizzata da una frammentazione delle diverse competenze aumentando ancor di più la scissione mente-corpo che contraddistingue il fenomeno in questione e purtroppo esistono, tuttavia, realtà dove la frase “non sei abbastanza grave per accedere alle cure” continua a fare da eco.