Diritti televisivi: il pallone si può “schiattare”

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La gara per assegnare i diritti televisivi della Serie A per il triennio 2018-2021 è un flop clamoroso. Offerte al ribasso, concorrenti in ritirata — Mediaset non si presenta anticipando la decisione con una nota polemica —, proteste in busta in stile campagna elettorale (firmate dalla sconosciuta Italian Way), nervi tesi fra le grandi squadre e l’advisor Infront che per conto della Lega Serie A ha organizzato l’asta. Si aspettavano di incassare almeno un miliardo, si ritrovano con la metà e nel caos. E con tutti scontenti. Le tv sono il motore dell’economia pallonara: per avere un’idea nel campionato inglese gli accordi fra i club e le emittenti (inclusi i ricavi dall’estero) assicurano 3,9 miliardi l’anno. La Spagna viaggia a quota 1,7, anche la Germania ci ha superato (1,4).

E allora come si giustifica la débâcle italiana? «Non è il valore reale del nostro calcio — spiega il presidente della Figc Carlo Tavecchio —, a queste condizioni non diamo nulla». Si ricomincia da zero, mentre domani la Uefa darà il via all’assegnazione delle licenze della nuova Champions League (al via l’anno prossimo con 4 squadre italiane qualificate già nelle fase a gironi) drenando risorse preziose alla Serie A.
Lo stallo era nell’aria da giorni, da quando Mediaset aveva fatto ricorso all’Antitrust contro un bando «squilibrato» e che ora bolla come «inaccettabile».