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Didattica a distanza: meno compiti, più socialità. La riflessione del prof. Napodano

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Didattica a distanza: meno compiti, più socialità. La riflessione del prof. Napodano

Da circa 50 giorni anche il mondo della scuola, per far fronte all’emergenza sanitaria, ha dovuto necessariamente attrezzarsi con una forma di didattica alternativa rispetto a quella tradizionale: da diverse settimane, infatti, è stata introdotta l’ormai famosa didattica a distanza che, per gli operatori scolastici, è più comunemente conosciuta con l’acronimo DaD. Se da una parte essa ha permesso una parziale continuazione delle attività didattiche, dall’altra non sono certamente mancati problemi nell’utilizzo di questa nuova metodologia didattica.
Da più parti arrivano segnalazioni secondo le quali prevarrebbe la somministrazione di compiti, a svantaggio di approfondimenti e spiegazioni. Per questo motivo molti genitori – già oberati mentalmente e finanziariamente – si stanno sostituendo, con fatica, agli insegnanti: i quali, in tale contesto di grave crisi sanitaria, socio-economica e psicologica, non dovrebbero appesantire il carico delle famiglie (lo fanno per dimostrare che stanno lavorando?) ma alleggerirlo.
Considerato poi che dai piani alti non arrivano specifiche circolari esplicative, forse per non intaccare la libertà di insegnamento (che non è libertà di somministrazione di esercizi, argomenti e capitoli), dal sommesso piano terra di tante scuole italiane, invece, si eleva la voce di tanti docenti, soprattutto precari, interessati a valutare in prevalenza la partecipazione degli alunni alla DaD, incrementando le lezioni e diminuendo sensibilmente la consegna dei compiti a casa e le verifiche. C’è chi sta utilizzando e gestendo la didattica a distanza come se fossimo in una situazione normale, non d’emergenza!

Il “problema” dei programmi da svolgere non sussiste da diversi anni (con l’entrata a regime dell’autonomia scolastica, il Ministero della Pubblica Istruzione si limita a presentare delle linee guida delle tematiche programmatiche da svolgere, poi sono le scuole che autonomamente, all’interno di queste linee guida, attraverso il lavoro dipartimentale, stabiliscono i programmi da espletare).

La programmazione, quindi, per esigenze particolari, può essere rimodulata in qualsiasi momento affinché venga privilegiata la qualità dell’istruzione e non la quantità.

Se non si fa nel drammatico momento storico che ci sta travolgendo, quando si fa? Per non parlare degli stessi alunni che non si sa fino a quando potranno reggere – sia nei rapporti con gli altri, che interiormente – la situazione di isolamento e angoscia che ha scosso le loro vite: purtroppo i segnali avversi cominciano ad arrivare.

La scuola non deve, certamente, farsi da parte, ma deve fare la sua parte: da vera agenzia educativa. Ora sia più pedagogico-formativa, che nozionistica; più umana, che snervante.

Non contribuisca ad accrescere le conflittualità tra le mura domestiche, sempre più “stringenti”.

Antonio Napodano