Clan Gagliardi, rito della ‘pungitura’ e minacce dal carcere: 21 arresti nel Casertano

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Un rito di affiliazione con la “pungitura” al dito, come nelle mafie siciliane e calabresi. Colpi di arma da fuoco esplosi contro una caserma dei carabinieri per dimostrare fedeltà. E un boss detenuto che, in videochiamata dal carcere, assisteva alle minacce e alle violenze contro le vittime del pizzo. È il quadro emerso dall’operazione dei carabinieri del comando provinciale di Caserta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli guidata dal procuratore Nicola Gratteri, che ha portato all’esecuzione di 21 misure cautelari.

Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, anche finalizzata al traffico di droga, estorsione, minacce e violenze nei confronti di commercianti e imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo. L’organizzazione, secondo gli inquirenti, sarebbe il clan Gagliardi, ritenuto erede del clan La Torre di Mondragone.

Clan Gagliardi, struttura mafiosa e rito della pungitura

Nel corso della conferenza stampa in Procura a Napoli, alla presenza anche del comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Manuel Scarso, il procuratore Gratteri ha descritto il gruppo come “una struttura che ricorda molto la ’ndrangheta per il rito tipicamente mafioso della pungitura”.

Un’organizzazione chiusa e pericolosa, collegata stabilmente con il carcere dove è detenuto il presunto capo, Angelo Gagliardi, ex affiliato al clan La Torre. Proprio dal penitenziario, secondo quanto ricostruito, il boss avrebbe continuato a esercitare il suo potere.

Le indagini, avviate nel settembre 2023, hanno documentato un sistema di affiliazione e controllo del territorio fondato su intimidazioni e atti dimostrativi. Per entrare nel clan, alcuni aspiranti affiliati avrebbero partecipato a riti di iniziazione con fuoriuscita di sangue dal dito, un simbolo di appartenenza e vincolo indissolubile all’organizzazione.

Estorsioni, droga e minacce in videochiamata dal carcere

L’inchiesta ha fatto emergere un’intensa attività di spaccio di sostanze stupefacenti e un sistema di estorsioni ai danni di operatori economici della zona. Le vittime che tentavano di sottrarsi al pagamento del pizzo venivano minacciate e aggredite.

In alcuni casi, secondo gli investigatori, il boss Angelo Gagliardi avrebbe assistito in videochiamata dal carcere alle intimidazioni e alle percosse inflitte agli imprenditori reticenti. Sarebbe stato lui, sempre secondo l’accusa, a decidere quando fermare i picchiatori, dimostrando un controllo diretto sulle azioni del clan nonostante la detenzione.

Tra gli episodi ricostruiti anche il tentativo, poi fallito, di utilizzare una donna, spacciandola per amante di un carabiniere, per proteggere un carico di droga sequestrato. Documentato inoltre il caso di uno spacciatore che avrebbe cercato di sottrarre droga al clan: il padre del giovane, ex collaboratore di giustizia, una volta scoperto chi fosse a capo dell’organizzazione, avrebbe imposto al figlio di restituire immediatamente quanto sottratto.

L’operazione rappresenta un nuovo colpo alle organizzazioni criminali attive nel Casertano e conferma l’attenzione della Dda di Napoli sul territorio di Mondragone, storicamente segnato dalla presenza di clan radicati e capaci di rigenerarsi nel tempo.