Clan Fezza – D’Auria, tribunale sospende scarcerazione per gli imputati

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Clan Fezza – D’Auria Petrosino: il tribunale di Nocera Inferiore sospende i termini di decorrenza dalla custodia cautelare in carcere. La decisione presa ieri, reca la firma del presidente del collegio giudicante, Raffaele Donnarumma, vista la «delicatezza e complessità» del processo «Taurania Revenge», in corso da alcune settimane. Tra 7 giorni, dal carcere sarebbero usciti Andrea De Vivo e Vincenzo Confessore, entrambi sottoposti anche al regime di 41 bis e considerati componenti del «braccio armato» del clan camorristico Fezza – D’Auria Petrosino. Per loro, è in corso proprio in questi giorni un altro processo, quello per l’omicidio del tunisino Aziz in Corte d’Appello. Tra non molto, sarebbe toccato anche ad Antonio Petrosino D’Auria, considerato invece a capo dell’organizzazione criminale. La scarcerazione era prevista anche per Michele Pisciotta e Gennaro Napolano, coinvolti per ruoli minori

Ma il provvedimento varrà per tutti gli imputati. Diversi i motivi: dal numero notevole di persone a processo alla natura delle contestazioni, con l’accusa madre di associazione a delinquere di stampo camorristico. Oltre alle 82 ore di conversazioni ambientali ancora da depositare e alla definizione e rapporti dei singoli ruoli. La decisione del tribunale è giunta dopo la conclusione dell’esame del pm dell’Antimafia, Vincenzo Montemurro, nei confronti del super pentito Domenico Califano. Slegatosi dal 2010 dalle redini del clan, oggi i suoi verbali rappresentano gran parte dell’impianto accusatorio che regge il processo per circa 45 persone (di cui la metà già giudicate). A far da sfondo, il mercato della droga a Pagani, controllato dal presunto boss (non ha condanne in tal senso) Antonio Petrosino D’Auria, oggi ristretto al carcere duro. La Dda lo inquadra a capo del sistema, con il controllo delle piazze di spaccio e l’aiuto materiale di Salvatore Pepe, ritenuto invece riferimento del secondo gruppo che avrebbe agito dietro indicazione del clan.  Da una parte infatti c’era Antonio Petrosino D’Auria, insieme a Francesco Fezza, i fratelli Vincenzo e Daniele Confessore, Andrea e Giuseppe De Vivo. Dall’altra il livello «sotterraneo», ribattezzato anche gruppo «satellite», impegnato nella vendita della droga gestita «in regime di imposto monopolio».