Clamoroso: a scatenare la lite per la morte dell’autista i cori contro Scafati

0
225
pullman rieti basket

Quella che doveva essere una domenica di sport e memoria si è trasformata in una tragedia. A Rieti, dopo la gara di Serie A2 tra i padroni di casa e Pistoia, un autista ha perso la vita colpito da un mattone lanciato contro il pullman dei tifosi toscani. Un episodio drammatico che scuote il mondo della pallacanestro e che, in maniera indiretta, coinvolge anche Scafati, finita suo malgrado dentro una rete di gemellaggi e rivalità che da anni avvelenano l’ambiente delle curve. I dettagli raccontati in un’inchiesta de Il Corriere della Sera che ha raccolto anche delle testimonianze.

Perché, sì, tutto nasce da lì — da quelle alleanze e antipatie incrociate che, come spesso accade nel mondo ultras, seguono logiche difficili da comprendere. Domenica sera al PalaSojourner, durante la partita, la Curva Terminillo di Rieti ha intonato un coro diventato subito un segnale di sfida: “Mio fratello è scafatese!”. Un modo per ribadire il legame tra gli ultras reatini e quelli di Scafati, due tifoserie amiche da tempo. Un coro che, però, ha acceso la miccia della provocazione.

Dal settore ospiti, infatti, è arrivata la risposta degli ultras pistoiesi, la Baraonda Biancorossa, che hanno replicato con un insulto: “Scafati vaffan…”. Da lì in poi, la tensione è salita. E se a parole sembrava finire tutto con cori e sfottò, fuori dal palazzetto le cose sono degenerate in modo irreparabile.

Ma per capire fino in fondo la dinamica bisogna fare un passo indietro, nella mappa dei gemellaggi che regola il mondo ultras. I tifosi di Pistoia sono legati a quelli di Cento, ma i supporter di Cento sono storici rivali di Scafati, che invece è gemellata proprio con Rieti. E così, per la “proprietà transitiva dell’odio”, come ironizzano gli stessi tifosi, ogni incontro tra queste squadre diventa potenzialmente esplosivo.

Già due anni fa, nel 2023, un precedente aveva lasciato il segno: dopo la gara tra Scafati e Pistoia, una sassaiola aveva colpito il pullman dei tifosi toscani. Solo paura, per fortuna, e nessun ferito. Ma quell’episodio non è mai stato dimenticato, e la memoria delle curve, si sa, è lunga.

Domenica, però, si è andati oltre. “Quando siamo arrivati a Rieti, un agente della Digos ci ha consigliato di parcheggiare dentro l’impianto” ha raccontato Leonardo Cecconi, giornalista toscano. “Si respirava un’aria pesante, sembrava che qualcosa potesse accadere.

E pensare che quella partita doveva essere dedicata al ricordo di Willie Sojourner, leggenda del basket reatino e simbolo di un’epoca in cui la pallacanestro era solo passione, sport e amicizia. Il palazzetto stesso, il PalaSojourner, porta il suo nome. Ma quel ricordo si è trasformato in un incubo.

A raccontare la trasformazione del tifo negli anni è Andrea Santoprete, detto Tabellone, ex leader della Brigata Veleno, il gruppo storico della curva di Rieti, oggi spettatore disilluso:

“Quelli che hanno lanciato quel mattone non sanno nemmeno chi fosse Sojourner. Ai nostri tempi, con la Brigata Veleno, ci si prendeva a insulti e a volte anche a pugni con quelli di Pistoia, ma finiva lì. Mai avremmo pensato di colpire un pullman in corsa. Ora è cambiato tutto: meno passione, più rabbia.”

E il nome di Scafati, suo malgrado, finisce in mezzo a questo intreccio. Perché la tifoseria gialloblù è diventata, in questa storia, un simbolo di amicizia e identità per Rieti, ma allo stesso tempo un “nemico” per chi, come Pistoia o Cento, vive queste rivalità con un carico emotivo eccessivo.

Chi frequenta da anni il PalaMangano lo sa: a Scafati il tifo è forte, passionale, ma anche orgoglioso della propria città. Gli ultras scafatesi sono legati da un senso di appartenenza profondo, e il gemellaggio con Rieti nasce proprio da una stima reciproca maturata nel tempo, dentro e fuori dai palazzetti. Un legame che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare solo amicizia sportiva. Ma in questo clima esasperato, anche un coro di fratellanza può diventare miccia di scontro.

La morte dell’autista, però, segna un punto di non ritorno. “Oggi la violenza è salita di livello ovunque” ammette Santoprete. “Ci sono più controlli, più divieti, ma anche più rabbia. Il tifo organizzato sta cambiando volto, e non in meglio.

E mentre si accendono le polemiche, resta l’amarezza. Perché domenica, dentro il palazzetto, la partita si era giocata in un clima apparentemente sereno. I tifosi di Rieti avevano perfino applaudito due ex, Jazz Johnson e Filippo Gallo, oggi in forza a Pistoia. Sembrava una serata di sport vero, fino al tragico epilogo.

Ora resta da chiedersi come ricucire uno strappo che sembra insanabile. Servirà tempo, ma soprattutto responsabilità. Perché nessuna rivalità sportiva può giustificare la morte di un uomo. E forse, anche a Scafati, questo episodio dovrà essere un campanello d’allarme: il tifo deve tornare a essere passione e non guerra, identità e non odio.

La tragedia di Rieti insegna che dietro i cori, le bandiere e i gemellaggi, ci sono persone. E quando si dimentica questo, lo sport perde la sua anima.