Circa 100 religiosi arrestati all’aeroporto internazionale Minneapolis–St. Paul International Airport nel corso di una manifestazione contro la **stretta sull’immigrazione dell’amministrazione di Donald Trump, secondo quanto riferito dagli organizzatori della protesta.
L’azione si è svolta in Minnesota ed è stata promossa da leader religiosi e rappresentanti di diverse confessioni cristiane, che hanno scelto un luogo simbolico come l’aeroporto per denunciare le politiche migratorie federali e, in particolare, le operazioni di deportazione dei migranti detenuti.
La protesta in aeroporto
Secondo quanto dichiarato da Justin Lind-Ayres, tra gli organizzatori dell’iniziativa, i manifestanti ritenevano che alcuni aerei in partenza dallo scalo stessero trasportando migranti destinati alla deportazione. Proprio per questo hanno deciso di radunarsi all’interno e nelle aree adiacenti all’aeroporto, trasformando lo spazio in un luogo di preghiera e testimonianza pubblica.
I religiosi – per la maggior parte pastori, sacerdoti e leader cristiani – si sono inginocchiati cantando inni e recitando il Padre Nostro, nonostante le temperature polari che in quei giorni colpiscono il Minnesota.
Le immagini degli arresti
I video diffusi sui social mostrano momenti di forte impatto simbolico: uomini e donne in abiti religiosi, raccolti in preghiera, circondati dalle forze dell’ordine. Dopo l’ordine di sgombero, i manifestanti sono stati ammanettati e portati via uno a uno, senza episodi di violenza, ma con una gestione ferma da parte della polizia aeroportuale.
Gli arresti sarebbero avvenuti per violazione delle norme di sicurezza aeroportuale e per mancato rispetto degli ordini delle autorità, trattandosi di un’infrastruttura considerata sensibile.
Una protesta dal forte valore simbolico
Gli organizzatori hanno sottolineato che l’obiettivo dell’iniziativa non era bloccare l’aeroporto, ma richiamare l’attenzione pubblica e politica sulle conseguenze umane delle deportazioni. «Come leader religiosi – hanno spiegato – sentiamo il dovere morale di schierarci al fianco dei più vulnerabili, anche a costo dell’arresto».
La scelta di pregare pubblicamente è stata definita una forma di disobbedienza civile non violenta, ispirata a una lunga tradizione di protesta religiosa negli Stati Uniti, già vista in passato su temi come i diritti civili, la guerra e la giustizia sociale.
Il contesto politico
La manifestazione si inserisce in un clima di forte tensione sul tema dell’immigrazione, con politiche federali che hanno intensificato arresti, detenzioni e rimpatri. Le chiese e le organizzazioni religiose, in diverse parti del Paese, hanno più volte criticato quello che definiscono un approccio “punitivo” e “disumano” verso i migranti.
Gli arresti di Minneapolis rappresentano uno degli episodi più numerosi che coinvolgono direttamente il clero in una protesta contro le politiche migratorie, e potrebbero avere ripercussioni anche sul dibattito nazionale.
Cosa succede ora
Al momento non sono state rese note eventuali accuse formali nei confronti dei religiosi arrestati, né se verranno applicate sanzioni amministrative o penali. Gli organizzatori fanno sapere che la protesta non si fermerà e che sono già allo studio nuove iniziative pacifiche per mantenere alta l’attenzione sul tema delle deportazioni.
Intanto, le immagini dei religiosi arrestati mentre pregano continuano a circolare online, diventando un potente simbolo dello scontro tra coscienza morale e politiche migratorie negli Stati Uniti.

