Chi era Giovanni Galeone, l’allenatore che diede coraggio al calcio

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Ci sono allenatori che vincono trofei, e poi ci sono quelli che cambiano il modo di pensare il calcio. Giovanni Galeone appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non servono coppe o medaglie per riconoscere il segno profondo che ha lasciato: il suo vero trionfo è stato quello di trasformare la mentalità del calcio italiano, portando idee, coraggio e una visione moderna in un’epoca ancora dominata dal tatticismo difensivo e dalla prudenza.

Quando negli anni ’80 Galeone iniziò a farsi notare sulla panchina del Pescara, il calcio italiano parlava un’altra lingua. Regnava la marcatura a uomo, il libero, il “non prenderle” come filosofia di vita. Lui, invece, predicava un calcio offensivo, coraggioso, tecnico, fatto di possesso, verticalità e libertà d’invenzione. “Se non ti diverti, non puoi vincere”, ripeteva spesso ai suoi giocatori. Una frase che oggi sembra scontata, ma che allora era rivoluzionaria.

Con il suo 4-3-3 fluido, Galeone introdusse un concetto di calcio propositivo che avrebbe ispirato generazioni di allenatori. Il suo Pescara, in particolare, divenne un laboratorio di idee: pressing alto, costruzione dal basso, inserimenti continui dei centrocampisti, terzini che diventavano ali e punte che rientravano a giocare tra le linee. Un calcio dinamico, europeo, in un periodo in cui l’Italia era ancora legata alle gabbie tattiche e ai dogmi difensivi.

Ma l’eredità più grande di Giovanni Galeone non sta solo nei suoi risultati — comunque di rilievo, con tre promozioni in Serie A e un gioco ammirato in tutto il Paese — bensì nei suoi allievi.
Da Massimiliano Allegri, che lui scoprì e lanciò a Pescara, fino a Francesco Guidolin, Maurizio Sarri e Luigi Delneri, molti dei tecnici più innovativi del calcio italiano hanno riconosciuto in Galeone un maestro. Allegri, in particolare, ne ha ereditato la filosofia di fondo: l’idea che il calcio sia fatto di equilibrio, ma anche di libertà, improvvisazione e coraggio.

Galeone non si è mai piegato alle mode. Era un intellettuale del pallone, un uomo di campo ma anche di pensiero, capace di parlare di calcio come di letteratura o di politica. “Io volevo una squadra che sapesse pensare”, amava dire. E in effetti le sue squadre ragionavano: non si limitavano a eseguire, ma interpretavano.

Il suo contributo va oltre le lavagne tattiche. Ha dimostrato che il calcio italiano poteva essere spettacolo, che la vittoria non doveva per forza passare dal catenaccio, che anche in Serie B e C si poteva proporre un gioco colto, brillante, offensivo.
In un’epoca in cui gli allenatori erano più “gestori” che pensatori, Galeone fu il primo a comportarsi da filosofo del gioco.

Oggi, a distanza di decenni, il nome di Giovanni Galeone è sinonimo di calcio vero, libero e ragionato. Il calcio di chi non ha paura di sbagliare un passaggio in più pur di costruire qualcosa di bello.
E se oggi in Italia si parla di “gioco”, di “principi”, di “idee”, è anche perché un allenatore friulano, a Pescara, un giorno decise che basta difendersi non bastava più.

Giovanni Galeone non ha solo allenato.
Ha educato il calcio italiano a pensare.