Castellammare – La città fa da sfondo a una novella del Decamerone, in cui re Carlo si invaghisce di una ragazza

Il ghibellino Neri degli Uberti, cacciato da Firenze dopo la vittoria delle truppe guelfe di Carlo I d’Angiò su Manfredi, nel 1266, decide di cambiare aria e chiede protezione al vecchio Carlo. Il re gli indica come nuova sede in cui stabilirsi proprio Castellammare di Stabia. La città fa da sfondo alla sesta novella della decima giornata lasciando traspirare dalle pagine la salubrità del luogo, l’amenità e la freschezza per l’alta concentrazione di acque nel terreno.

Giovanni Boccaccio (1313-1375), autore del Decamerone,  ancora giovinetto fu portato dal padre, Boccaccio di Chellino, agente di una delle più potenti compagnie mercantili fiorentine, a Napoli. Il giovane Giovanni  svolse, durante questo periodo, l’attività di commesso, venendo a far parte dell’ambiente napoletano, che avrebbe in seguito trasferito nelle sue opere giovanili. Neri degli Uberti, avendo del denaro “non si volle altrove che sotto le braccia del re Carlo riducere”. Decise di stabilirsi a Castellammare. Qui comprò un podere al cui interno c’erano noccioli, ulivi e castagni. Così ne parla Boccaccio:

“[Messer Neri] comperò una possessione, sopra la quale un bel casamento e agiato fece, e allato a quello un dilettevole giardino, nel mezzo del quale, a nostro modo, avendo d’acqua viva copia, fece un bel vivaio e chiaro, e quello di molto pesce riempiè leggiermente”.

Accanto a quest’ariosa casa pose un piacevole giardino, al cui centro fece un vivaio ricco di pesci.

Il suo giardino era diventato una vera attrattiva, tanto che ne parlavano tutti.  Re Carlo, pur avendolo a nemico, decise di andare a fargli visita.

Gli mandò a dire che voleva cenare nel suo giardino con quattro amici. Messer Neri acconsentì e attese l’illustre ospite.

Dopo aver visitato la casa, si accomodarono al lato del vivaio per cenare.

Mentre mangiavano, entrarono due ragazze di quindici anni l’una, vestite di abiti sottili di lino bianco. Esse avanzavano portando sulle spalle l’occorrente per cuocere il pesce, una volta pescato. Entrarono nel vivaio e pescarono il pesce necessario per poi lanciarlo sul tavolo del re a comprovarne la freschezza.

Il re, allietatosi la vista di pesce fresco, rilanciava i vari pezzi di nuovo alle ragazze.

Quando ormai tutto il pesce fu cotto, le ragazze uscirono dall’acqua e passando davanti al re, entrarono in casa. Re Carlo apprezzava le loro fattezze per le vesti attaccate addosso che lasciavano intravedere ogni forma. Le giovani erano gemelle, Ginevra e  Isotta, l’una bella e l’altra bionda. Piacquero a tal punto che il re se ne innamorò e chiese informazioni di loro. Messer Neri gli riferì che erano le sue figlie.

A cena finita il re tornò al palazzo reale. Tenne per sé quello che aveva provato e non fece altro che pensare a loro. E con questa motivazione se ne andava spesso da Messer Neri per vedere Ginevra, quella che aveva scelto. Non potendone fare più a meno, manifestò quello che provava a messer Guido di Monteforte, che era accanto a lui alla cena in casa degli Uberti e cercò di dissuaderlo da questo proposito. Non sarebbe stato regale sposare una ragazza tanto più giovane. Ravveduto, grazie all’intervento dell’amico, non solo rinunciò alla ragazza, ma trovò per le due sorelle due ricchi giovani cui darle in spose. Il re mostrò di saper temperare la passione e mostrarsi di sentimenti magnanimi e buon senso.