Offendere e umiliare un figlio con insulti legati all’aspetto fisico costituisce reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che lo scorso 15 settembre ha confermato la condanna per un padre accusato di aver ripetutamente vessato verbalmente la figlia undicenne, rivolgendole frasi come: «Cicciona, fai schifo! Susciti repulsione in me e in chi ti guarda».
La decisione, riportata da Il Messaggero, sancisce un principio importante: il body shaming in ambito familiare non è solo un comportamento deprecabile, ma può avere rilievo penale. «Parole come cicciona, brutto, nano, secca possono provocare gravi conseguenze psicologiche, soprattutto se rivolte da un genitore a un figlio in età evolutiva», si legge nel dispositivo della sentenza.
La Suprema Corte ha sottolineato che i giudizi paterni assumono un peso particolare quando riguardano una figlia nel pieno della costruzione della propria identità. Per questo ha respinto le tesi difensive dell’uomo, che aveva provato a minimizzare i fatti sostenendo di aver visto la figlia soltanto tre volte tra gennaio e luglio 2020, giustificando la scarsa frequentazione con motivi di lavoro e restrizioni legate alla pandemia.
I giudici hanno invece ritenuto che le condotte, sebbene episodiche, avessero un carattere ripetuto e sistematico, tali da configurare un atteggiamento di vero e proprio disinteresse nei confronti della minore e da integrare gli estremi del reato contestato.
Con questa sentenza la Cassazione ribadisce l’importanza della tutela dei minori non solo sul piano materiale, ma anche su quello psicologico ed emotivo, fissando un precedente significativo in materia di violenza verbale e responsabilità genitoriale.

