Carabinieri infedeli, erano al servizio del clan

La Procura di Napoli ha chiesto la misura cautelare anche per concorso esterno in associazione mafiosa e altre ipotesi di reato nei confronti dei carabinieri arrestati oggi, ma la richiesta non è stata accolta dal giudice. La Procura però ha proposto appello. Le indagini hanno evidenziato la sistematicità e la spregiudicatezza delle condotte, ritenute particolarmente gravi. E’ emerso praticamente un vero e proprio asservimento nei confronti dei clan della zona di Sant’Antimo, i Puca, in particolare nei confronti di Pasquale Puca (in carcere al 41bis), anche da Francesco di Lorenzo, finito ai domiciliari, che è stato anche presidente del Consiglio comunale di Sant’Antimo. I carabinieri arrestati consentivano, secondo gli investigatori, l’immunità alla camorra locale. La ricostruzione dei fatti è stata avviata grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. E’ emersa anche una attività di dossieraggio e un vero e proprio attentato nei confronti di un maresciallo, Giuseppe Membrino, che si opponeva con tutte le sue forze al clan Puca, nelle indagini della DDA che oggi hanno portato ai domiciliari cinque carabinieri mentre per altri tre il gip ha disposto la sospensione per un anno. Il maresciallo, particolarmente attivo nella lotta alla camorra di Sant’Antimo, venne pedinato e ripreso mentre si incontrava con una donna, sua informatrice. Le registrazioni vennero poi fatte recapitare nella cassetta della posta dell’abitazione del militare. Ciononostante l’attività del maresciallo è continuata con la stessa intensità. Ed è stato così che il clan ha poi deciso di far esplodere sotto la vettura del carabiniere una potente bomba carta. Questo episodio ha indotto l’Arma dei Carabinieri a disporre il trasferimento del maresciallo, per tutelare la sua incolumità.C’è anche una conversazione tra carabinieri intercettata dagli investigatori dell’Arma il 28 febbraio 2018 e inserita nell’ordinanza con la quale il gip di Napoli, Valentina Gallo ha disposto cinque misure cautelari di arresti domiciliari e tre misure di interdizione nei confronti di otto carabinieri accusati dalla Dda di avere favorito personaggi ritenuti legati alla camorra. La conversazione è stata registrata grazie a una “cimice” sistemata nell’auto di servizio di due dei militari indagati. Uno dei militari dice: “Lamino (un collaboratore di giustizia, ndr) ha fatto proprio da infame, la faccia verde…”. E il collega incalza: “Ma quello si vedeva che era infame, non lo vedevi. Ogni cosa: ‘vado a Castello di Cisterna, ma dove vai…'”. L’altro carabiniere a quel punto osserva che era meglio se fosse morto in un agguato scattato nel 2016: “L’ultima volta che ci avemmo a che fare è quando gli spararono nella scarpa là, ebbe pure il culo che.. ebbe pure il culo che lo presero sotto il tacco.. almeno gliela davano una botta in fronte”.  L’inchiesta, che vede coinvolto anche un ex presidente del consiglio comunale di Sant’Antimo e lo stesso boss Pasquale Puca ora al 41 bis, è partita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia. Il reato contestato ai carabinieri e al politico è corruzione, mentre gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di rivelazione di segreto d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio. Per tutti è stata esclusa l’aggravante mafiosa. I militari coinvolti prestavano tutti servizio nella caserma di Sant’Antimo e, secondo quanto ipotizzato, avrebbero fornito informazioni in merito a indagini e a operazioni di controllo sul territorio. Ci sarebbe stato anche un atto intimidario nei confronti di un maresciallo dell’Arma, particolarmente impegnato nella lotta alla camorra, costretto a subire intimidazioni e minacce fino all’esplosione di una bomba carta sotto la sua vettura rendendo poi necessario il suo allontanamento da Sant’Antimo. Il Segretario Generale  del Libero Sindacato di Polizia (LI.SI.PO.), Antonio de Lieto, ha dichiarato: ”La presunzione di innocenza vale per tutti, ma se le accuse  fossero confermate, sarebbe veramente gravissimo e l’immagine dell’Arma dei Carabinieri ne risentirebbe notevolmente. Il Libero Sindacato di Polizia (LI.SI.PO.), sottolinea che sono stati proprio appartenenti all’Arma dei Carabinieri a bloccare ed ad assicurare alla giustizia  i militari che si sarebbero macchiati dei reati sopra indicati, e che proprio l’Arma dei Carabinieri, da sempre, agisce rapidamente e fermamente contro chi disonora la divisa che indossa e getta fango su un Corpo, come quello dell’ Arma dei Carabinieri, che ha fatto del dovere e del rispetto delle leggi e delle  istituzioni la sua stessa ragione d’essere. Il LI.SI.PO., nell’evidenziare che casi di reati che vedono il coinvolgimento di appartenenti all’Arma dei Carabinieri sono pochissimi, si augura che, se riconosciuti colpevoli, i responsabili in divisa abbiano una condanna esemplare, dal momento che oltre ad aver tradito la fiducia dei cittadini, con il loro comportamento, hanno offeso tutti gli operatori di Polizia che quotidianamente, con tanti sacrifici, rischiando molto spesso la vita, fanno il loro dovere.”