Carabinieri infedeli, ecco come funzionava…

Una sorta di stipendio mensile, secondo un collaboratore di giustizia pari a circa mille euro, ma anche pesce, capretti e champagne per Natale: per gli inquirenti della Dda di Napoli era questo, e non solo, il prezzo della corruzione per i carabinieri ‘infedeli’ in servizio fino a qualche anno fa nella stazione di Sant’Antimo. In otto sono finiti nell’indagine della Procura e del Nucleo investigativo dell’Arma di Castello di Cisterna, che ha notificato cinque arresti domiciliari e tre interdizioni dai pubblici uffici della durata di un anno. I militari, è la tesi dell’accusa che si e’ vista negare dal giudice il concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbero agevolato il clan Puca – attivo tra Sant’Antimo, Grumo Nevano e Casandrino – fornendo, anche secondo due collaboratori di giustizia, un supporto sistematico e spregiudicato al clan, come quando, emerge dall’ordinanza del gip Valentina Gallo, informavano gli uomini del boss Pasquale Puca (al 41bis e anche lui tra i destinatari di una misura cautelare) dell’imminenza di una delle operazioni di polizia denominate “Alto impatto”. Ai domiciliari per corruzione sono andati i carabinieri Michele Mancuso, Angelo Pelliccia, Raffaele Martucci, Vincenzo Palmisano e Corrado Puzzo (il gip esclude l’aggravante mafiosa); l’ex presidente del consiglio comunale di Francesco Di Lorenzo; oltre al boss Pasquale Puca. Un anno di interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Vincenzo Di Marino, indagato per rivelazione del segreto d’ufficio e omissione; il capitano Daniele Perrotta, che deve difendersi dall’accusa di omissione di atti d’ufficio; e Carmine Dovere, indagato per abuso d’ufficio. Anche per loro è stata esclusa l’aggravante mafiosa.