BasicNet: chi è l’azienda che mette a rischio 139 lavoratori

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BasicNet non è una matricola. È un colosso italiano dell’abbigliamento e degli accessori, con decenni di storia alle spalle. Quando acquisisce un marchio — come Mandarina Duck all’inizio di dicembre — lo fa da grande, con visione globale, piani industriali e scelte strategiche nette. Il problema, per chi lavora ogni giorno in quegli uffici, è che la grandezza a volte misura con numeri, non con vite. E i numeri stanno spostando 139 persone da Milano e Bologna a Torino.


Chi è BasicNet: da un Abruzzo artigiano al mercato globale

BasicNet nasce come cooperativa nel 1985, a Pescara, con l’idea di valorizzare il Made in Italy nell’abbigliamento sportivo e casual. Nel tempo cresce, acquisisce marchi emblematici, si espande oltre i confini nazionali fino a diventare uno dei gruppi più importanti in Europa per la gestione del brand licensing.

Tra i marchi storici di BasicNet figurano Kappa, Superga, K-Way e Sebago — brand noti, diffusi, radicati in mercati internazionali. L’acquisizione di Mandarina Duck negli ultimi giorni è parte di un progetto di rilancio del gruppo: puntare sui mercati globali, rafforzare la rete di distribuzione e consolidare un modello “total look” capace di coprire moda, sport e accessori.

La mentalità di BasicNet è da grande impresa: centralizzazione delle funzioni direttive, razionalizzazione logistica, brand management integrato. Da questo modello deriva la decisione di chiudere sedi a Bologna e Milano e concentrare tutte le attività a Torino. Una mossa che, dal punto di vista industriale, ha senso. Dal punto di vista dei lavoratori, è un terremoto.


L’acquisizione di Mandarina Duck: strategia, rischio, costi sociali

Mandarina Duck entra nel portafoglio BasicNet come marchio di pelletteria e accessori forte di un heritage importante: zaini iconici, stile “urbano-elegante”, qualità artigianale e un’identità definita. BasicNet punta a reindustrializzare Mandarina Duck, rilanciare produzione e immagine, sfruttando la distribuzione internazionale già consolidata grazie agli altri marchi. Insomma, rappresenta un rinnovo nel vero senso della novità per il mercato.

Il capitale umano però ha un costo. E quel costo — per BasicNet — si misura in efficienza organizzativa: trasferire 139 dipendenti a Torino significa ottimizzare spazi, centralizzare logistica e ridurre duplicazioni. Una scelta che come molte scelte aziendali parla di numeri, non di nomi. Numeri che per l’azienda sono indispensabili nel nuovo piano industriale, ma che i lavoratori non condividono affatto.

Per BasicNet è strategia. Per i dipendenti è un bivio: adattarsi o rinunciare. Per la città che li perde è un segnale: la globalizzazione dei marchi non va d’accordo con la resistenza delle comunità locali.


Il modello BasicNet: verticale, integrato, spietato

La forza del gruppo sta nella sua struttura verticale: produce, distribuisce, gestisce marchi, licenze, distribuzione, retail. Un controllo integrato della filiera che in teoria garantisce efficienza e coerenza del brand. Funziona da anni, soprattutto nei settori in cui il mercato è globale e la competizione feroce.

Ma in un modello verticale e centralizzato, la variabile umana diventa il punto debole. Perché se gestisci tutto da un’unica base, ogni spostamento, ogni cambio di sede, ogni ristrutturazione, influisce su decine, centinaia di persone. È un sistema efficiente, ma fragile, quando si tratta di vite reali.

E oggi quella fragilità è emersa: la Peugeot grigia della sosta selvaggia non c’entra. Ma la logica di ignorare i vincoli per “risparmiare qualche euro” sì. E la logica di ignorare il valore delle persone per “ottimizzare costi” rischia di diventare la nuova regola.


Cosa rischia BasicNet: reputazione, coesione, identità

Un’operazione del genere non è mai neutra. O si accompagna a un progetto serio di ricollocazione, supporti economici e dialogo. Oppure rischia di restare partita persa. Per BasicNet la posta in gioco non è solo economica. È di immagine, di identità, di morale interna.

Mandarina Duck ha clienti affezionati, dipendenti fedeli, una storia. Così come Kappa, Sebago, Superga. Scelte basate solo su conti e logistica rischiano di far perdere un patrimonio più sottile: quello della fiducia. E in un mercato in cui il marchio è tutto, perdere fiducia può essere un problema più grande di una sede vuota.


Le persone: da numero a responsabilità concreta

Dietro quei 139 trasferimenti non ci sono solo numeri. C’è chi ha una famiglia, figli da iscrivere a scuola, affitti, vite costruite in una città. Per molti, il trasferimento significa mettere in discussione tutto: radici, relazioni, costi. Per alcuni sarà un sacrificio che non possono sostenere. Per altri sarà una scelta dolorosa.

Se la globalizzazione spinge verso l’efficienza, la centralizzazione, la standardizzazione, resta un limite umano che non può essere ignorato: la dignità delle persone. E quel limite viene calpestato ogni volta che un imprenditore sceglie il profitto al posto della condivisione.


Il bivio: rilancio o scivolone finale?

BasicNet ha davanti a sé due strade.

La prima: fare del trasferimento un’occasione. Fornire incentivi, supporti, trasparenza. Mantenere un rapporto onesto con chi ha creduto nel marchio. Dimostrare che crescita e rispetto non sono opposti, ma compatibili.

La seconda: considerare la vicenda come un costo da tagliare. Accorpare, razionalizzare, muovere pedine. Risultato? I dipendenti diventano numeri, la fiducia si dissolve, il marchio gira pagina — ma senza chi lo aveva tenuto vivo.

La differenza non si misurerà su un bilancio. Si vedrà nei corridoi vuoti. Nelle scrivanie dismesse. Nei curriculum che si svuotano. Nella reputazione che perde pezzi.


Un monito che vale oltre i confini di un’azienda

La questione Mandarina Duck–BasicNet non è solo un caso isolato. È la metafora di una tensione moderna. Di un’Italia che cambia, di un mercato che globalizza, di un capitale che scorre. Ma anche di una domanda urgente: finché il futuro si misura solo in efficienza, quante vite restano indietro?

Quando un marchio decide di rinascere ristrutturando, trasferendo, centralizzando, sta scegliendo anche che valore dare alle persone. Se l’eccellenza significa anche dignità, allora la rinascita può avere senso. Altrimenti resta solo un numero su un bilancio: prezioso per pochi, distruttivo per molti.

Il futuro di Mandarina Duck è ancora scritto. Ma prima di firmarlo, BasicNet deve scegliere cos’è disposto a sacrificare: il costo o la coesione. Perché quando una storia inizia con un trasloco collettivo, il viaggio può durare poco. E rischia di finire senza che nessuno racconti i volti di chi l’ha vissuta.

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