Aurelio Talpa: L’arte è il ponte tra bellezza e caos. Dalla paziente cura delle opere d’epoca alla spontaneità imprevedibile della ceramica Raku, Aurelio Talpa si muove tra tecniche e linguaggi diversi, guidato da una costante: la ricerca della storia incisa nel tempo e nella materia. Abbiamo incontrato l’artista per farci raccontare come la luce e l’energia di Napoli, gli insegnamenti del maestro Spinosa e l’esperienza del restauro abbiano plasmato la sua “voce”.
Aurelio Talpa svela la sua visione dell’arte come un ponte tra la storia personale e la memoria collettiva, un mezzo per “dare un ordine emotivo a ciò che ci appare disordinato”, dove la creatività nasce dal gesto libero e dall’incontro, come nel suo recente progetto con i giovani del Liceo Artistico De Chirico di Torre Annunziata.
Quali momenti della sua formazione sono stati decisivi per la sua voce artistica?
Durante gli anni di formazione ho imparato a guardare alla materia e al colore come linguaggi dell’anima. I momenti più importanti sono stati quelli in cui ho potuto sperimentare liberamente, lasciando spazio all’intuizione. Ho capito che la mia voce artistica nasce dall’incontro tra la ricerca tecnica e l’emozione, tra la tradizione e il mio modo personale di raccontarla.
In che modo l’insegnamento del maestro Spinosa e il contesto napoletano hanno influenzato la sua visione artistica?
Il maestro Spinosa e il professore Crescenzo Del Vecchio hanno avuto un ruolo importante nel mio cammino. Mi hanno insegnato il valore del gesto e dell’intuizione, ma anche la pazienza della costruzione e della struttura. Mi hanno aiutato a far fluire le idee con libertà, senza preconcetti, trovando poi il modo di dare loro una forma. Il contesto napoletano, con la sua luce, la sua materia e la sua energia, ha accompagnato tutto questo, diventando parte viva della mia visione artistica.
Aurelio Talpa alla scoperta dell’antico
Lei ha avviato, parallelamente alla produzione artistica, una significativa attività di restauro di opere e arredi d’epoca. In che misura l’esperienza del restauro ha influenzato o continua a influenzare il suo lavoro creativo?
Il restauro mi ha insegnato il valore del tempo e della cura. Lavorare su opere antiche mi ha fatto capire quanto ogni segno porti con sé una storia. Nel mio lavoro creativo spesso cerco di dare nuova vita a ciò che ha già vissuto, lasciando che la materia continui a parlare attraverso le sue tracce.
Ha scoperto qualcosa durante i restauri che ha trasformato il suo modo di guardare l’arte e l’opera d’arte?
Sì. Ho capito che c’è bellezza nelle cose vissute, consumate dal tempo, ma per questo ancora più capaci di parlare con forza. Le opere segnate dal tempo mi sembrano più vere, più vive. È come se attraverso le loro ferite riuscissero a raccontare meglio la propria storia.
Negli ultimi anni ha realizzato opere in ceramica, in particolare utilizzando la tecnica del Raku — che implica la rimozione dei pezzi dal forno ancora roventi e un rapido raffreddamento. Cosa l’ha attratta della tecnica del Raku?
Il Raku mi ha affascinato per la sua imprevedibilità. È una tecnica che ti invita a lasciar andare il controllo e ad accettare ciò che accade. Mi piace perché nulla è mai uguale, ogni pezzo è una sorpresa. Nel fuoco e nel fumo del Raku ritrovo la libertà del gesto, l’incontro tra materia e intuizione, tra casualità e forma.
Come sceglie tra pittura/olio e ceramica/Raku per un determinato soggetto o concetto?
Di solito è la materia a decidere per me. Alcune idee chiedono il colore e la profondità della pittura, altre hanno bisogno della terra e del fuoco della ceramica. Ogni tecnica ha la sua voce, e cerco di ascoltarla. La scelta nasce sempre da un’intuizione, da qualcosa che prende forma quasi da sé.
L’emozione nelle sue opere è una componente premeditata o qualcosa che emerge durante il processo creativo? Ha un’emozione preferita o ricorrente che le interessa indagare?
L’emozione nasce mentre lavoro, non la cerco prima. Mi interessa il momento del cambiamento, quando qualcosa si trasforma e trova un nuovo equilibrio. È in quel passaggio che sento la parte più viva del mio lavoro: la memoria che riaffiora, la materia che si rinnova.
Può descrivere il suo “atelier ideale”? Quali materiali, strumenti, atmosfera servono perché lei entri in “modalità creativa”? Come bilancia tra improvvisazione e pianificazione?
Il mio atelier ideale, che in qualche modo corrisponde anche a quello reale, è pieno di oggetti recuperati, di cose che hanno già la loro storia. Sono loro che mi aiutano a trovare le idee. Mi piace che si incontrino oggetti nuovi e antichi, che si mescolino e creino combinazioni sempre diverse. In questo spazio la creatività nasce in modo spontaneo, dall’improvvisazione, mentre la pianificazione arriva dopo, per dare equilibrio e forma.
Aurelio Talpa dalla ceramica alla fotografia
Da cosa è nata la sua decisione di dedicarsi anche alla fotografia, accanto alle più consolidate pratiche di pittura e ceramica?
La fotografia è nata dal desiderio di fermare la luce e le piccole cose che spesso passano inosservate. È un modo per guardare meglio, per scoprire la poesia dei dettagli. Mi permette di custodire un’emozione, un colore o un frammento di realtà prima che scompaia.
Qual è stato il primo oggetto o soggetto che ha scelto di fotografare?
Le opere di restauro. Sono state i miei primi soggetti, perché attraverso l’obiettivo potevo vederle in modo diverso. Mi piaceva scoprire nei dettagli la vita nascosta delle superfici, le tracce del tempo, la bellezza delle cose che resistono.
In che modo la sua esperienza come scultore/pittore/restauratore influisce sul suo approccio fotografico?
La fotografia per me è un mezzo che accompagna il mio lavoro pittorico, scultoreo e ceramico. Non la vivo come qualcosa di separato, ma come un’estensione del mio sguardo. Mi aiuta a osservare meglio la materia, la luce e i dettagli, a cogliere le forme e le superfici che poi ritornano nei miei lavori.
Ha preferenze per fotografare in luce naturale, artificiale, ambienti interni o esterni?
Preferisco la luce naturale. È più sincera e cambia con il passare delle ore. Mi piace seguirla, vedere come trasforma le superfici e i colori. Anche all’aperto trovo ispirazione: l’imprevisto fa parte dell’immagine e la rende più viva.
Infine, qual è il messaggio che spera che lo spettatore tragga entrando in uno dei suoi lavori? Cosa vorrebbe che restasse, quale sensazione o riflessione?
Spero che chi guarda le mie opere senta un legame con la propria storia e con quella di tutti. Come se ognuno di noi fosse parte di una grande opera comune, fatta di tempo, di segni e di memoria. Credo che l’arte serva a questo: a riconoscere la bellezza anche nel caos, a dare un ordine emotivo a ciò che ci appare disordinato, a ritrovare un senso dentro la confusione del mondo.
Il progetto con gli alunni del De Chirico è stato un dare e avere. Lei ha trasmesso le sue competenze e le sue conoscenze. Dai ragazzi cosa ha ricevuto?
Ho lavorato con gli allievi del terzo, quarto e quinto anno del Liceo Artistico “Giorgio de Chirico” di Torre Annunziata, insieme ai professori Franco Corinaldesi, Girolamo Langella e Sara Roma, per la mostra “Transiti Temporanei” al Palazzo Criscuolo. È stata un’esperienza di grande valore: vedere le idee dei ragazzi prendere forma, condividere con loro il processo creativo, mi ha ricordato che l’arte è anche incontro e scambio. Essere parte di quel progetto mi ha fatto sentire parte di un percorso più grande, dove ognuno porta la propria voce.










