Aumento di stipendio per Brunetta: esplode la polemica

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Scoppia la polemica politica dopo la notizia dell’aumento di stipendio per Renato Brunetta, presidente del Cnel (Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro), che vedrà il proprio compenso passare da 250mila a 310mila euro l’anno. Un incremento di oltre il 20%, reso possibile da una sentenza della Corte Costituzionale che ha abolito il tetto alle retribuzioni pubbliche.

La vicenda nasce nel 2024, quando una norma inserita nel decreto Pnrr ha consentito a Brunetta, già in pensione, di percepire nuovamente un compenso pubblico, superando il divieto in vigore dal 2012 per chi riceve già un trattamento previdenziale. L’emendamento, introdotto durante la fase di revisione del decreto, aveva già sollevato polemiche per il presunto carattere “ad personam”.

Con l’ultima delibera dell’11 settembre 2025, il Cnel ha applicato la nuova sentenza costituzionale, alzando i compensi dei vertici e prevedendo anche il recupero degli arretrati. Una decisione che, secondo quanto trapelato, avrebbe irritato anche alcuni esponenti del governo, pur senza dichiarazioni ufficiali.

Le opposizioni, invece, sono insorte. Il deputato M5S Dario Carotenuto ha definito “indecente” la scelta, ricordando come in Italia “sei milioni di lavoratori prendano meno di 1.000 euro al mese”. Il parlamentare ha accusato Brunetta di “cumulare pensione, vitalizio e stipendio pubblico in barba alla legge”, trasformando il Cnel “in Villa Brunetta, simbolo della Casta”.

Durissime anche le parole di Matteo Renzi, che ha attaccato Giorgia Meloni: “Non trova i soldi per aumentare gli stipendi del ceto medio, ma li trova per il poltronificio di Brunetta”. Sulla stessa linea il leader di Avs Nicola Fratoianni, che ha definito il gesto “senza vergogna”, sottolineando come “il governo aumenti le proprie retribuzioni mentre i lavoratori della scuola attendono da anni contratti adeguati al costo della vita”.

Un caso politico che riporta al centro del dibattito pubblico il tema delle disuguaglianze e dei privilegi nella pubblica amministrazione, mentre la maggioranza resta in silenzio e l’opinione pubblica chiede chiarezza su quello che appare, ancora una volta, un cortocircuito tra legge, etica e opportunità.