Anna Tagliaferri: il drammatico racconto della madre
C’è un momento, nelle storie che non dovrebbero mai accadere, in cui tutto sembra ancora recuperabile. Un pranzo finito da poco. Una discussione banale. Una porta chiusa troppo forte. Nel caso di Anna Tagliaferri, quel momento è durato pochi minuti. Poi la normalità si è spezzata per sempre, lasciando Cava de’ Tirreni davanti all’ennesimo femminicidio che nessuno aveva previsto ma che ora tutti cercano di capire.
Anna Tagliaferri: dopo pranzo, quando cambia l’aria
Era domenica 21 dicembre. La mattina Anna Tagliaferri e Diego Di Domenico l’avevano trascorsa insieme, lavorando nella pasticceria di famiglia. Gesti ripetuti, clienti abituali, una routine che non lasciava intuire nulla di diverso. Poi il rientro a casa, nell’appartamento di via Ragone dove convivevano da circa un anno e mezzo. Dopo pranzo nasce la lite. Futili motivi, racconta chi sta ricostruendo quelle ore. Nulla che giustifichi l’escalation. Anna prova a calmarlo, a riportare il dialogo su un piano più basso. Non alza la voce. Non fugge. Resta. È in quel restare che si consuma il punto di non ritorno.
La rabbia che cambia un volto
Secondo il racconto della madre, Giovanna Venosi, il volto di Diego Di Domenico a un certo punto non era più lo stesso. Trasfigurato. Come se qualcosa si fosse staccato dalla realtà. In pochi secondi prende un coltello da cucina. Non era nascosto. Non era preparato. Era lì.
Si scaglia contro Anna Tagliaferri. I colpi sono rapidi, violenti. Tra sei e otto coltellate, diranno poi le prime stime. Anna cade. La casa diventa improvvisamente un luogo ostile, irriconoscibile.
Giovanna Venosi sente, corre, entra nella stanza. Prova a difendere la figlia. Si mette tra loro. Viene colpita anche lei. È ferita, ma viva. Oggi è ancora ricoverata in ospedale. Sta ricostruendo quei minuti con l’aiuto di una psicologa, cercando di dare un ordine a immagini che tornano senza chiedere permesso.
L’interruzione della furia
La violenza si arresta solo quando arriva un altro familiare. Una presenza che rompe l’isolamento, che interrompe l’assalto. Ma ormai è troppo tardi. Anna Tagliaferri è a terra, gravemente ferita.
Diego Di Domenico fugge. Esce dall’appartamento in stato di agitazione. Colpisce anche un vicino di casa. Una violenza che non si esaurisce con l’aggressione principale, ma si espande, disordinata, come se non trovasse più un limite.
Poi sale sul tetto del palazzo. E si lancia nel vuoto. Muore così, poche ore dopo aver ucciso la donna con cui aveva condiviso lavoro, casa e una storia iniziata molti anni prima.
Una storia che parte dai banchi di scuola
Anna Tagliaferri e Diego Di Domenico si conoscevano dai tempi della scuola. Una conoscenza lunga, che attraversa l’adolescenza e arriva all’età adulta. Non un incontro recente, non una relazione improvvisa. Una storia che sembrava avere radici profonde.
Entrambi quarantenni, avevano deciso di convivere circa un anno e mezzo fa. Condividevano anche il lavoro nella pasticceria di famiglia. Un equilibrio fatto di prossimità continua, di spazi che si sovrappongono, di confini sempre più sottili.
Non risultano segnali pubblici di allarme. Nessuna denuncia nota. Nessun intervento precedente delle forze dell’ordine. Ed è proprio questa assenza di segnali evidenti a rendere la vicenda ancora più destabilizzante.
La madre che resta
Giovanna Venosi è sopravvissuta. Ma il termine sopravvivenza, in casi come questo, è solo clinico. È ferita nel corpo e nella memoria. Sta collaborando con gli inquirenti, ma prima ancora sta cercando di rimettere insieme il racconto per se stessa.
Dice che Anna stava cercando di calmarlo. Dice che non aveva paura. Dice che pensava fosse una discussione come altre. Le sue parole non cercano attenuanti. Cercano una spiegazione che forse non esiste.
Nei prossimi giorni, appena le condizioni lo permetteranno, verrà ascoltata formalmente per la ricostruzione definitiva della dinamica. Sarà una testimonianza centrale, perché è l’unica voce che arriva da dentro quella stanza.
Cava de’ Tirreni sotto shock
La notizia della morte di Anna Tagliaferri si diffonde rapidamente. Cava de’ Tirreni si ferma. Il quartiere di via Ragone diventa un luogo sospeso, dove ogni dettaglio sembra improvvisamente carico di significato. Chi conosceva la coppia parla di normalità, di lavoro, di abitudini condivise. Nessuno racconta litigi violenti, nessuno parla di paura. Ed è proprio questo che alimenta lo smarrimento. La sensazione che la tragedia possa nascere anche dove non la si aspetta.
Autopsia e accertamenti tecnici
L’autopsia sul corpo di Anna Tagliaferri è stata fissata per sabato 27 dicembre presso l’obitorio di Nocera Inferiore. Il medico legale Giuseppe Consalvo dovrà accertare il numero esatto delle coltellate e chiarire le modalità dell’aggressione.
Per Diego Di Domenico sono stati disposti test tossicologici. Si vuole verificare se al momento dei fatti avesse assunto sostanze stupefacenti. Un passaggio necessario per completare il quadro, anche se non cambierà l’esito finale. Le indagini sono affidate ai carabinieri del Reparto Territoriale di Nocera Inferiore, guidati dal tenente colonnello Gianfranco Albanese, sotto il coordinamento del pm Giuseppe Fiorillo. Il lavoro ora è tutto nella ricostruzione puntuale delle ore precedenti, dei movimenti, delle presenze.
Il silenzio dopo
Quando le sirene si spengono e le telecamere si allontanano, resta il silenzio. Un silenzio che pesa sulle famiglie, sulle stanze vuote, sugli oggetti rimasti dove Anna li aveva lasciati quella mattina.
Il nome di Anna Tagliaferri oggi circola ovunque. Ma dietro quel nome non c’è solo una vittima. C’è una donna che stava vivendo una giornata normale. Una madre che ha provato a proteggerla. Una comunità che ora si interroga su come sia possibile non vedere arrivare la violenza.

