Angri – Vi ricordate del vecchio detto non c’è due senza tre?

Provate ad immaginare, San Giovanni, Sant’ Alfonso Maria Fusco e Don Enrico, ecco sì, proprio come un selfie. Il detto lo ritroviamo simile anche in altre culture e lingue.  Possiamo avere due interpretazioni per usare questo termine a seconda, se consideriamo la possibilità che riaccadano eventi fortuiti, o la possibilità che una persona faccia per (almeno) tre volte la stessa azione. Azione si, ma diversa, e ciò che accade in una piccola cittadina di 35.000 anime con tre Santi a protezione di essa.

Si, avete capito bene, finalmente ce l’abbiamo fatta, per don Enrico Smaldone dopo il riconoscimento delle virtù eroiche sarà aperto il processo di beatificazione. La chiesa ha i suoi tempi, anche i cittadini, ma intanto il vescovo pare che abbia affidato a postulatori il processo diocesano. Incrociamo le dita, sperando che gli vengano riconosciute al più presto le virtù eroiche potrebbe diventare Beato!

Una bella notizia finalmente, il vescovo della Diocesi di Nocera Sarno Mons. Giuseppe Giudice durante la sua lunga Visita Pastorale alla diocesi di Nocera Inferiore Sarno, conclusasi l’altro ieri sera nella collegiata di San Giovanni Battista di Angri, ha annunciato l’avvio del processo diocesano per la beatificazione di don Enrico Smaldone e del laico cavaliere Alfonso Russo.

Don Enrico Smaldone (Don Enricuccio), sacerdote esemplare e infaticabile, fondatore ad Angri della Città dei Ragazzi quella che nel 1980 ha cambiato intestazione, prima come Casa Serena e poi a Città della Carità.

COSA ACCADDE NEL 1967 – Era il 29 gennaio 1967, una domenica mattina, in una stanza al secondo piano dell’edificio, moriva improvvisamente per una forma di leucemia fulminante Don Enricuccio. Il paese si spense, le campane di tutte le chiese angresi e la sirena delle cotoniere emettevano un suono simultaneo, così salutarono per sempre il prete della Città dei Ragazzi. In quell’anno il 27 gennaio il suicidio del cantante Luigi Tenco nella sua stanza di albergo durante il Festival di Sanremo, poi la scomparsa a causa di una grave malattia, il morbo di Hodgkin, di cui soffre da anni, Don Lorenzo Milani, si spegne, a soli 44 anni era il 26 giugno e di Primo Carnera, il “gigante dai piedi d’argilla”. Alto più di due metri, per 120 chilogrammi, Carnera riuscì a primeggiare in un campo in cui gli americani sono solitamente i padroni incontrastati, ridando fiato e vigore alla magra tradizione pugilistica italiana. Soprannominato “La montagna che cammina” si spegne a Sequals in Friuli il 29 giugno a 61 anni.

PERCHE’ CITTA’ DEI RAGAZZI? – In realtà, a detta di chi conosce bene la storia della Città dei Ragazzi, sa che tutto ebbe inizio il 6 Gennaio 1949, dopo la visione del film “Gli uomini della città dei ragazzi”, nella vecchia Sala Roma di via Corso Vittorio Emanuele ad Angri. Il film racconta l’esperienza di padre Edward J. Flanagan che fondò nel 1917 un orfanotrofio per ragazzi in una casa a Omaha, nello Stato americano del Nebraska, decise che anche lui, Don Enrico di fare lo stesso.

Nel frattempo, si era dato da fare a organizzare questo progetto, il segno decisivo arrivò con grande operosità e coinvolse tante persone. Il Dott. Giuseppe Adinolfi, gli cedette un terreno e, con il contributo del progettista Ing. Paolo Ales e del costruttore Giuseppe Lamaro, il 10 luglio 1949, fu posta la prima pietra per la costruzione della Città dei Ragazzi.

Umili operai dell’industria tessile MCM che si privavano della mensa per donare il ricavato a don Enrico, poi illustri uomini come Achille Lauro, armatore napoletano che lo invitò a Napoli insieme ad alcuni suoi ragazzi e gli diede una grossa donazione. Piccole botteghe, semplici operai e le industrie conserviere.

Lo scopo della Città dei Ragazzi nasce al fine di educare i ragazzi  è, infatti, colui che ha dato un’ opportunità a ragazzi che, poveri, orfani, a volte anche malati, non avevano affetti, non avevano un  tetto, non avevano da mangiare, trascorrevano la giornata tra lavoro, elettricista, muratore, falegname, studio, preghiera e attività ricreative. La città poteva contare su una banda musicale, che veniva ingaggiata in diverse feste patronali, vi era un consiglio comunale, una giunta comunale, un sindaco e un questore, i quali coordinavano l’attività della Città dei Ragazzi.

Don Enrico durante il suo impegno nella Città dei Ragazzi, fu pure Cappellano dei lavoratori, Rettore della Congrega di S. Caterina in Angri, Assistente degli universitari di Angri e Vicario Generale della Diocesi di Nocera.

Diede vita ad un Gruppo Scout che guidò con passione e abilità, tanto da divenirne subito un punto di riferimento per tantissimi ragazzi angresi.

Con loro costruì ad Angri un piccolo villaggio Scout, con cinque casette in muratura.

In ogni ambito seppe essere un testimone di amore a Cristo a alla sua la Chiesa, sapendo comunicare in modo semplice ma intenso, il radicamento della sua vita nella Parola di Dio.

Don Enrico Smaldone, sacerdote della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno e fondatore della Città dei ragazzi, un luogo dove accogliere ragazzi orfani e bisognosi di tutto, un “monumento di amore e segnacolo di civiltà per il nostro paese” come lui stesso la definì nel manifesto che annunziava alla città di Angri la nascita di questa realtà.

Don Enrico ha fatto la storia, dopo la sua morte, “ncopp a città de’ ragazz”, fu lasciata in eredità alla Diocesi di Nocera e affidata a diversi Sacerdoti che pur impegnandosi con passione, non seppero ereditare il carisma di Don Enrico.

Agli inizi degli anni ’80, considerate le difficoltà di continuare sulla strada intrapresa da Don Enrico, il Vescovo di Nocera, Mons. Jolando Nuzzi, decise di trasformare l’opera in casa di accoglienza per gli anziani, dando vita così a Casa Serena affidata alla Congrega di S. Margherita di Angri.

Don Enrico è una figura di prete che la città di Angri non dimenticherà mai, per ciò che è stato, per quello che ha fatto, per quello che poteva ancora fare, se la morte non lo avesse raggiunto prematuramente, aveva nel sangue l’amore per i più bisognosi. Egli è morto nel 1967, ma è ancora presente nella nostra memoria. E’ morto povero, come Gesù Cristo, Don Enrico prima di morire, disse ad un altro sacerdote Don Pietro Selvino: “Muoio sereno,  non ho paura, la vita l’ho spesa per gli altri”.

Caro Don Enrì, lotteremo con tutte le nostre forze per non abbandonare ciò che ha costruito, e trasformeremo ogni ostacolo in un possibile vantaggio. Coloro che prima diffidavano del prossimo, ora stanno riscoprendo la propria solidarietà.

IL PENSIERO DI TUTTI – Don Enrì in questi lunghi mesi, la vita di ognuno di noi è cambiata, colpa di un virus, il Covid-19 o Coronavirus, a nostra difesa non sempre i supereroi hanno un mantello blu, questa volta hanno mascherina, guanti e tute, sono un po’ come te, medici, infermieri, operatori sanitari, spero che tutto questo finisca subito, che tutto torni alla normalità, nel frattempo se puoi oltre a San Giovanni santo storico della città e Sant’ Alfonso figlio di questa terra, aggiungi anche tu la tua protezione, con voi tre la comunità si sente più forte, più unita, piena di speranza…Più umana !!!

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