Angri – Un triste addio,l’ultimo saluto a “spallone”

Di fronte casa mia, sull’altro lato della strada, c’è un muretto di contenimento su cui poggia una rete di protezione; oltre ci sono delle case basse, quattro, piano terra e primo piano, me le ricordo da sempre.

Sull’ultimo mattone del muretto di destra, uno dei paletti di sostegno della rete, è piegato all’interno, chi lo vede forse neanche se ne accorge, se non fosse che a mezz’altezza, la rete è staccata, strappata via dal sostegno; io lo vedo e ne conosco il motivo.

Certe volte appoggiato alla ringhiera del mio balconcino sul mondo, rivedo con gli occhi della mente, con la vividezza di un ricordo idealizzato, una mano le cui dita si insinuavano tra le maglie della rete e, forzando sul paletto, consentivano di svoltare verso casa il poderoso passo di un uomo.

Si chiamava Vincenzo, era il nostro idolo. L’idolo di noi ragazzi nati nei primi anni sessanta; lui più grande di noi di qualche anno, lavorava in fabbrica, era massiccio e sparava nel vento i suoi capelli lunghi e fluenti. Io lo rivedo all’ora di pranzo, rientrare a lunghe falcate e rivedo il fratello, Matteo, che si attardava con noi, almeno fino all’arrivo di Vincenzo.

Vincenzo si ammalò e morì che io avevo poco più di dieci anni, improvvisamente, incomprensibilmente, almeno per me e gli altri ancora immuni alle tragedie della vita. Matteo ne prese il posto. Era grosso anche lui, forse non altrettanto alto, ma aveva le spalle larghe, tanto da meritarsi il soprannome di “spallone”, e lui quelle spalle, sotto forma di sostegno, a noi suoi amici, non le ha fatte mai mancare.

Aveva anche lui i capelli lunghi, lisci e preda del vento. Non gli mancavano le ragazze e non gli mancava la voglia di lavorare, me lo ricordo soddisfatto ed ottimista, alla guida della sua “canaria”, una Prinz gialla che beveva benzina come un dromedario beve acqua attraversando il Sahara. Matteo sembrava destinato a governare il mondo: io e gli altri della strada, lo adoravamo.

Poi qualcosa scattò nella sua testa. Cominciò a fare cose di cui non poteva andava fiero magari senza esserne veramente consapevole, forse un delicato collegamento nel suo cervello si spense, forse era destino, forse successe qualcosa, chi può saperlo. Io lasciai il paese per lavoro, lui restò ed un poco ci perdemmo di vista.

Poi io tornai e lui partì, o meglio lo portarono via. Ricevevo di tanto in tanto delle lettere, missive piene di progetti, di voglia di fare e sempre con mute preghiere di aiuto, di sostegno, richieste di fiducia ad uno, ormai uomo, che lui riteneva non a torto, suo amico. Poi più niente, per anni non ho saputo più niente di Matteo, di dove fosse, con chi fosse, cosa stesse facendo, cosa gli stessero facendo fare.

Fino ad oggi pomeriggio, quando il mio lavoro mi ha messo di fronte alla realtà, alla cruda verità: Matteo è morto. Matteo è morto a Pesaro, da solo, lontano dai suoi cari, dalla sua terra, dai suoi amici, lontano dalla sua vita.

Perché Matteo non viveva più, sopravviveva ed io, ora, ne piango la scomparsa, ma anche e soprattutto il suo non aver vissuto la vita. So che la sua famiglia, la mamma e le sorelle, ne rimpiangono il tempo non vissuto insieme, non per colpa loro; io sono roso dal rimorso di non aver saputo viverlo fino fondo quando avrei potuto.

Ciao Matteo, ora che sei tornato a casa, spero che le tue spalle larghe possano ospitare e mitigare sempre i singhiozzi da ragazzo di uno come me. Carmine