I medici che ebbero in cura Maria Rosaria Ferraioli avrebbero commesso «gravi inefficienze» durante il suo ricovero. Lo hanno sostenuto in udienza i tre periti della Procura, sentiti nel processo attualmente in corso a Nocera Inferiore per stabilire la verità sul decesso della 25enne di Angri. Il giudice monocratico Caccavale ha ascoltato i tre professionisti, il medico legale Giovanni Zotti, il ginecologo De Masellis e l’anestesista Catapano. Tutti e tre, a turno, hanno ripercorso i passaggi cruciali dell’assistenza alla ragazza, ricoverata al pronto soccorso di Scafati per un ascesso alla gamba. Stando alle loro testimonianze di carattere ginecologico, chirurgico e anestesiologico, la giovane avrebbe dovuto essere portata in un ospedale attrezzato di reparto per la terapia intensiva neonatale. Gli imputati sono cinque medici, accusati di omicidio colposo, procurato aborto e falso in cartella clinica. A rispondere delle accuse Michele Mastrocinque, di Pompei, ginecologo di fiducia della donna, gli anestesisti Michele Piscopo di Angri e Raffaele Molaro di Somma Vesuviana, il chirurgo Attilio Sebastiano di Salerno ed il ginecologo Vincenzo Centore di Angri.
Le indagini partirono con la ricostruzione dell’iter medico clinico della donna, con i primi controlli di routine effettuati dal ginecologo di fiducia, fino alle ultime ore di agonia, col prematuro decesso di Maria Rosaria e dei suoi gemelli. Tra i ruoli dei cinque medici, è stato illustrato per primo quello del ginecologo privato Mastrocinque, che, secondo l’accusa, “a fronte di una paziente che accusava un ascesso alla radice della coscia destra, non effettuava tempestivamente corretta e tempestiva terapia antibotica per via intramuscolo, sottovalutando il rischio di infezione”, prescrivendo una pomata e impacchi di camomilla. Tesi confermata anche dai periti in aula, che hanno poi ripercorso le fasi successive.
Dopo due giorni di terapia, il dolore non accennava a diminuire, e la donna rappresentò il persistere della tumefazione, prima di recarsi in ospedale su consiglio dello stesso medico, che avrebbe omesso di indicare la necessità di una struttura con terapia intensiva neonatale. Maria Rosaria Ferraioli fu ricoverata all’ospedale di Scafati, dove il chirurgo le praticò una incisione chirurgica con successivo drenaggio. L’intervento venne effettuato dopo un informale consulto telefonico col ginecologo di turno, Centore, senza però effettuare controlli ginecologici alla paziente, col successivo trasferimento in una struttura ospedaliera per il trattamento dei nascituri prematuri. Il ginecologo, tra gli imputati, nonostante il pronto soccorso avesse chiesto una consulenza, non avrebbe ritenuto necessario effettuare ecografie o altri esami per monitorare lo stato di salute dei feti. La situazione precipitò tra il 24 e il 25 aprile, quando Maria Rosaria iniziò a sentirsi male. All’alba del 24 la donna era con sua madre, quando venne disposto un intervento d’urgenza per uno shock settico, in presenza degli anestesisti Piscopo e Molinaro, il chirurgo Sebastiano e del ginecologo Centore. In quel frangente l’accusa ipotizza che i quattro, piuttosto che effettuare un rituale taglio cesareo per favorire la nascita dei gemelli, persero tempo prezioso. E quando lo effettuarono, era oramai già tardi. Dopo la morte, secondo i pm, fu falsificata anche la cartella clinica. Il processo è stato aggiornato al prossimo 9 novembre. L’episodio destò un grande scalpore e si consumò qualche mese prima della chiusura quasi totale dell’ospedale Mauro Scarlato

