Lo so che siamo nati per soffrire, questo anatema è stato “sputato” addosso ai nostri genitori, ai nostri nonni, così tante volte dai pulpiti di tutte le chiese d’Italia, che non posso non essere convinto che sia così. Certo che a fronte di tale “sofferenza”, il prelato di turno, offriva per nome e per conto del Signore Iddio, la vita eterna e la salvezza dell’anima: chiunque avrebbe accettato di buon grado un simile scambio! Poi i tempi sono cambiati, quei pochi pulpiti ancora al loro posto sono solo una muta testimonianza di quel tempo, l’offerta è rimasta purché ci si penta dei peccati.
E la sofferenza? Beh, quella è stata trasferita in altre situazioni, in altri momenti della nostra vita, e ce ne accorgiamo quotidianamente: Angri ne è l’esempio più calzante. Quando Gesù Cristo con la croce sulla spalla si avviò verso il Golgota per subire la crocifissione, il suo cammino doloroso e penoso, era accompagnato oltre che dai suoi discepoli, dai seguaci e dai suoi cari più stretti, anche da un folto numero di centurioni romani, che provvedevano a tenere a bada chi voleva aiutarlo mentre lo costringevano a proseguire verso la sua fine.
Questo momento “topico” della fede cristiana viene definito Via Crucis e si celebra a Pasqua di ogni anno; e siccome noi siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, ne consegue che ognuno di noi ha la “sua croce” (espressione usata comunemente per rappresentare le difficoltà quotidiane). Certo non ci si può paragonare a quello che passò Gesù durante la sua passione, ma ci sono momenti in cui veramente ci sentiamo vicini a Lui a seguito delle nostre sofferenze terrene, specialmente se siamo intimamente convinti di non meritare certe punizioni da girone infernale.
Che per migliorare se stessi si debbano affrontare delle difficoltà è cosa nota, vedi ad esempio se si vuole dimagrire (è necessario seguire una dieta) , se si vuole migliorare il proprio aspetto fisico (le donne si autoflagellano sottoponendosi al rito della ceretta), se si vuole raggiungere un traguardo importante (il duro impegno per completare i propri studi); lo stesso succede se si vuole migliorare la qualità della vita in un paese civile (vedi ad esempio i lavori stradali e quello che ne consegue). Ma anche Gesù, durante la sua passione che lo portò alla morte, venne “sostenuto”, è vero che era solo acqua e aceto, però i centurioni romani, lo fecero ed è un fatto; ad Angri invece veniamo inesorabilmente lasciati soli anche quando veramente non lo meritiamo.
Secondo me è eticamente sbagliato, oltre che normativamente, accontentarsi di segnalare un disagio, non è sufficiente dire: “Via don Minzoni è chiusa per lavori, arrangiatevi su via Concilio”, non è giusto che un cittadino debba “inginocchiarsi”ad ogni stazione della via Crucis (afflusso su piazza san Giovanni, innesto con via Murelle, deflusso su via dei Goti o G. D’Anna) e chiedere perdono per i suoi peccati, elemosinando il diritto a potersi inserire nel traffico. Come detto in precedenza, anche a Gerusalemme c’erano i centurioni a dirimere le questioni, ad Angri manco un vigile ad aiutare nella quotidiana eutanasia che ognuno di noi implora perché finiscano le sofferenze. Tutto ciò è vergognoso.
E la consapevolezza più grande che ho raggiunto sta nel fatto che non è chi ci amministra a doversi vergognare di quello che succede o che non succede, sono io che debbo vergognarmi perché lascio che tutto accada o non accada. Non ci sono scuse, il mondo va come va perché sono io che lascio che vada così, ed è il momento che mi renda conto che se Gesù quale figlio di Dio, poté resuscitare tre giorni dopo la morte, io se muoio è per sempre. E Amen.

