Un archivio segreto da 150 video intimi, telecamere nascoste e condivisione in rete aziendale: l’indagine della Procura di Monza sul caso di revenge porn e violazione della privacy
A Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, un normale studio di amministrazione condominiale nascondeva un lato oscuro. Tra faldoni contabili, bilanci e pratiche di condominio, gli inquirenti hanno scoperto un archivio parallelo catalogato con precisione maniacale: cartelle dedicate a singole donne, ognuna contenente video di sesso esplicito e riprese clandestine. Non si trattava di un semplice archivio privato, ma di un vero e proprio sistema di sorveglianza occulto, alimentato senza il consenso delle protagoniste.
L’indagato è un amministratore di condominio di 60 anni, titolare di uno studio professionale nella zona nord di Milano. L’uomo è stato sottoposto a perquisizione domiciliare e informatica nei giorni scorsi, su disposizione della Procura di Monza. Il fascicolo, coordinato dalla sostituta procuratrice Rosamaria Iera, è scattato grazie alle denunce di tre donne che si fidavano di lui: due ex compagne (relazioni durate anche anni) e una terza persona legata professionalmente allo studio. Tutte e tre si sono scoperte protagoniste involontarie di un “catalogo digitale” potenzialmente accessibile anche ai dipendenti.
Il database choc: 150 filmati tra camere da letto e bagni degli uffici
Dalle prime analisi dei dispositivi sequestrati emerge un quadro sconcertante. Il database conterrebbe circa 150 video. Non solo scene intime in camera da letto, ma anche riprese rubate sotto le scrivanie durante incontri di lavoro, e addirittura nei bagni degli uffici. Sebbene i rapporti sessuali fossero consensuali, la presenza di telecamere nascoste era un segreto assoluto dell’amministratore. Le donne coinvolte non sapevano di essere filmate.
Il materiale non era custodito in server criptati o cloud protetti, ma mescolato alla normale attività d’ufficio, rendendolo visibile a chiunque avesse accesso alla rete aziendale. Un mix inquietante di revenge porn, spionaggio e violazione sistematica della privacy che ha colpito almeno quindici donne diverse: professioniste, inquiline di condomini amministrati dallo studio e fornitrici.
Gli inquirenti parlano già di “punta dell’iceberg”. Le analisi forensi sui computer e sui dispositivi sequestrati sono in corso per verificare se i video siano stati diffusi oltre le mura dello studio, magari condivisi con collaboratori o addirittura caricati online. Il timore è che il numero delle vittime possa aumentare significativamente.
Codice rosso attivato: indagine d’urgenza per stalking e revenge porn
La Procura di Monza ha immediatamente attivato il protocollo del codice rosso, la procedura accelerata prevista per i reati di violenza di genere e stalking. L’uomo è accusato di detenzione e diffusione di materiale pornografico non consensuale, violazione della privacy aggravata, interferenze illecite nella vita privata e potenzialmente revenge porn (art. 612-ter c.p.), reato introdotto nel 2019 e aggravato se commesso in ambito professionale o di fiducia.
Il professionista, secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera e da Leggo.it, avrebbe trasformato la sua vita lavorativa e sentimentale in un set pornografico clandestino. Le telecamere nascoste catturavano immagini intime all’insaputa delle donne, creando un archivio che serviva presumibilmente a soddisfare esigenze personali o, peggio, a esercitare forme di controllo e ricatto.
Le reazioni e le implicazioni: un caso che scuote il Nord Milano
Il caso ha provocato sgomento nella comunità di Sesto San Giovanni, città operaia diventata negli anni area residenziale e sede di numerosi studi professionali. Molte donne che hanno avuto rapporti con lo studio (come inquiline o clienti) si stanno chiedendo se siano finite nell’archivio. L’Associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) ha già espresso solidarietà alle denuncianti e chiesto un monitoraggio attento per prevenire ulteriori diffusione del materiale.
Questo episodio riporta al centro il dibattito su revenge porn, abusi di potere in ambito professionale e tutela della privacy digitale. In un’epoca in cui smartphone e dispositivi IoT facilitano le registrazioni occulte, casi come questo dimostrano quanto sia fragile la linea tra fiducia e tradimento.
La Procura di Monza prosegue le indagini con la massima urgenza. L’amministratore, al momento denunciato a piede libero, rischia pene severe. Le vittime, intanto, attendono risposte e giustizia.

