Nel corso degli approfondimenti tecnici è emerso che non si trattava soltanto di manufatti in cemento-amianto di grandi dimensioni, ma anche di frammenti minuti mescolati al terreno di scavo, difficili da separare e più complessi da smaltire. Una situazione che ha contribuito all’allungamento dei tempi e all’aumento dei costi.
di Marco Visconti
Dicevano gli amministratori nei primi tempi che non era nulla di che, intanto aumentavano i sacchi bianchi, lasciati all’angolo dell’area di cantiere. Si assicurava in Consiglio comunale e tramite emittenti radiofoniche che si trattasse di un problema minimo e che chi faceva allarmismo sarebbe stato querelato. Eppure un problema “minimo” oggi arriva a costare fino a 120mila euro. Durante i primi interventi gli operai non risultavano dotati di specifici dispositivi di protezione; resta il dubbio che la tutela dei cittadini sia stata garantita con la stessa premura. Per mesi l’area è stata coperta da grandi teli protettivi. Ma la domanda resta: perché c’è tutto questo amianto in quel terreno?

Il Comune di Pagani ha affidato il servizio di trasporto e smaltimento del terreno contaminato da amianto rinvenuto nel cantiere Pnrr di rigenerazione urbana di via Tenente Marco Pittoni. L’importo massimo dell’affidamento è fissato in 120mila euro oltre Iva e il servizio sarà svolto dalla ditta M.D. Srl di Napoli, individuata tramite procedura sul portale MEPA. Il prezzo concordato è pari a 335 euro a tonnellata, il che consente di stimare un quantitativo massimo smaltibile di circa 358 tonnellate di terreno frammisto ad amianto. Una cifra che dà la misura dell’entità del problema, ben diversa da quella rappresentata nelle prime fasi della vicenda.

Va tuttavia chiarito che 120mila euro rappresentano un tetto massimo di spesa, non una quantificazione certa e definitiva dell’intero materiale contaminato presente nel sito. Qualora le quantità effettive dovessero risultare superiori a quelle stimate, l’importo stanziato potrebbe non essere sufficiente a coprire completamente lo smaltimento, rendendo necessari ulteriori interventi e nuovi impegni di spesa. La vicenda ha avuto inizio nel giugno 2024, quando l’impresa incaricata dei lavori di riqualificazione segnalò il rinvenimento di materiale sospetto, determinando la sospensione del cantiere. Le successive analisi confermarono la presenza di fibre di amianto (crisotilo), imponendo l’attivazione delle procedure di sicurezza con il coinvolgimento di Asl e Arpac.

Nel corso degli approfondimenti tecnici è emerso che non si trattava soltanto di manufatti in cemento-amianto di grandi dimensioni, ma anche di frammenti minuti mescolati al terreno di scavo, difficili da separare e più complessi da smaltire. Una situazione che ha contribuito all’allungamento dei tempi e all’aumento dei costi.

Il contratto con la ditta affidataria sarà stipulato in modalità telematica e la liquidazione avverrà esclusivamente sulla base delle quantità effettivamente rimosse e conferite in discariche autorizzate. L’intervento consentirà la rimozione del materiale contaminato e la ripresa dei lavori Pnrr, fermi da mesi. Resta però aperto un interrogativo di fondo, che va oltre l’aspetto tecnico e contabile: come sia stato possibile sottovalutare inizialmente una presenza di amianto tale da comportare la rimozione di centinaia di tonnellate di terreno, e quali verifiche preventive siano state effettuate prima dell’avvio del cantiere.

