Alessandro Altobelli compie settant’anni e il calcio italiano celebra uno dei suoi attaccanti più iconici, un centravanti capace di attraversare epoche diverse lasciando sempre un’impronta riconoscibile. Per tutti resterà “Spillo”, soprannome che racconta la sua figura slanciata e quel modo unico di farsi trovare pronto sotto porta, ma soprattutto resterà il protagonista di uno dei momenti più indelebili della storia azzurra.
“Ho segnato tanti gol, ma mi chiedono sempre di quello”. E quel “quello” è il 3-1 alla Germania Ovest nella finale del Mondiale, un gol che ha sigillato una notte leggendaria e che ha reso eterno un attimo di corsa, braccia aperte e gioia liberatoria. Un frammento di storia che ha superato il tempo, diventando memoria collettiva, simbolo di trionfo, bandiera emotiva per generazioni di tifosi.
Eppure ridurre Alessandro Altobelli a una singola rete sarebbe ingiusto. La sua carriera racconta molto di più: parla di talento, sacrificio, continuità e identità. Un uomo che ha legato il proprio nome all’Inter in modo profondo e autentico, diventandone uno dei simboli più puri. “Sono nato interista: al mio paese ero uno dei pochi, ma quando ero bambino c’era la Grande Inter che mi ha fatto appassionare e innamorare”. Parole che mostrano quanto la sua storia con la maglia nerazzurra non sia stata solo professionale, ma emotiva, viscerale, quasi predestinata.
Da Sonnino alla ribalta dei grandi stadi, il percorso di Altobelli è quello di chi ha costruito tutto con determinazione e fame. Non era l’attaccante da effetti speciali, ma quello letale, capace di colpire quando contava, di trasformare mezzo pallone in un gol. Il suo fiuto, la sua capacità di leggere il gioco e il suo senso della posizione lo hanno reso uno degli attaccanti più prolifici della storia italiana, rispettato anche dagli avversari.
“Spillo” è stato protagonista di un’Inter vincente, ma anche di una Nazionale che ha fatto sognare un Paese intero. Quel Mondiale rimane il punto più alto, ma dentro quella gloria c’era un calciatore che aveva già dimostrato tutto: leadership, temperamento, spirito di sacrificio. Non uno che cercava la luce, ma uno che la accendeva quando serviva.
Oggi, nel giorno dei suoi settant’anni, Alessandro Altobelli rappresenta il volto di un calcio che sembra lontano ma che continua a essere riferimento. Un calcio fatto di appartenenza, di bandiere vere, di storie che nascono da bambini sugli spalti e finiscono con uomini che diventano simboli.
La sua voce, il suo sorriso, il suo modo diretto di raccontare il passato restituiscono l’immagine di chi non ha mai smesso di sentirsi parte di quel mondo, ma che lo osserva con la serenità di chi sa di aver dato tutto. “Mi chiedono sempre di quel gol”, dice con un pizzico di ironia. Ma in fondo lo sa anche lui: non è solo per quel gol che verrà ricordato.
Alessandro Altobelli è molto di più. È memoria, appartenenza, orgoglio nerazzurro e anima azzurra. È il simbolo di un tempo in cui il calcio era racconto, emozione pura, identità. E a settant’anni resta una figura che continua a parlare al cuore dei tifosi, con la stessa semplicità con cui ha sempre segnato: nel modo giusto, al momento giusto.

