Coronavirus- studio sugli operatori sanitari – più preoccupati per i familiari e pazienti che per sé stessi

Colpisce che siano più preoccupati per i pazienti e i familiari che per se stessi e la rabbia verso le istituzioni che li abita perché si sentono abbandonati. Il “quadro preoccupante” emerge dal primo studio europeo, che l’AGI può anticipare, sugli stati d’animo degli operatori sanitari impegnati nelle cure a malati con coronavirus, ma anche su coloro i quali si occupano di altre patologie in questa situazione di emergenza.
A condurlo, i ricercatori della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano, diretti dalla professoressa Gabriella Pravettoni che traccia l’ambito: “Al momento hanno aderito alla nostra indagine più di 270 operatori sanitari. Si tratta di medici e infermieri ma anche volontari e altri operatori, tra i 26 e i 70 anni di età, con una media di 44 anni”.

La raccolta dati è ancora in corso, ma i numeri sembrano avere un orientamento chiaro. “Lo stress degli operatori sanitari è elevatissimo: su una scala da 0 a 100, la risposta media del nostro campione è di 73; circa il 98 per cento ha un valore di distress quasi totale”. Dove per ‘distress’ s’intende “l’angoscia, lo stress negativo, che si contrappone a quello funzionale”.

“Dunque” commenta Pravettoni “la quasi totalità dei professionisti intervistati in questo momento soffre di distress, e questa non è sicuramente una sorpresa. Basta guardare le immagini su TV e social network: il volto è sempre coperto dalla mascherina, i movimenti sono rapidi e silenziosi tra letti e respiratori, con l’unico pensiero di cercare di tenere in vita chi alla vita ci è appeso solo per un filo”.

Ma se lo stress è prevedibile, lo è molto meno il sentimento di paura che affligge chi sta in corsia. “Ciò che abbiamo rilevato non è solo lo stress, ma anche il vissuto emotivo degli operatori. Il sentimento predominante e più forte è la paura, l’angoscia”.

“Questo era più difficile da immaginare” dicono gli autori dello studio “Come Batman, che una volta tolta la maschera, si scopre essere un uomo come tutti gli altri, con timori e pensieri di una persona comune, questa ricerca riscopre il lato umano degli operatori sanitari, la loro paura. Quella che fa tremare le gambe, salire il cuore in gola e sudare freddo”

E, ancora meno prevedibile, è che la paura è, soprattutto, per gli altri. “Ciò che ci ha colpito è che i punteggi ottenuti nel vissuto emotivo di paura per se stessi sono relativamente bassi – su una scala da 0 a 100, il punteggio medio è di 54 – in confronto a quelli di paura per i propri pazienti – punteggio 75 – e per i propri famigliari – punteggio di 85. Questo è un altro campanello di allarme. Significa innanzitutto che la paura è costante: sono in reparto e ho paura che i miei pazienti possano infettarsi, magari complicando il loro già delicato quadro clinico, oppure temo che i pazienti già infetti possano lasciarci da un momento all’altro, nonostante tutti i miei sforzi; o, ancora, temo di essere infettato io stesso. Poi, tolta la mascherina, torno a casa, e lì si innesca la paura per i miei famigliari e per chi abita con me: magari temo di infettarli inavvertitamente, non posso abbracciare i miei bambini piccoli, né baciare mia moglie. È una paura che si cronicizza. Poi, il fatto di preoccuparsi per gli altri, più che per se stessi, può portare a trascurare il proprio benessere fisico e psicologico, magari spingendosi al limite delle proprie risorse, fino al loro esaurimento”.

In questa situazione, il rischio burn-out, la sindrome da stress lavorativo, è molto elevato. “Abbiamo trovato una relazione tra distress percepito dagli operatori e altre variabili: la percezione che le cose stiano sfuggendo dal proprio controllo – da 0 a 100, la sensazione di controllo è bassa, circa 40 – e, come dicevamo, la paura per i propri famigliari e per i pazienti, ma non quella per se stessi. Tra i fattori protettivi per combattere il burn-out ricordiamoci, ad esempio, la possibilità di avere tempo libero, quella di contare sul supporto sociale e la percezione di controllo. Ci sono operatori che dichiarano di lavorare 70 ore a settimana, magari con un solo giorno di riposo: se il carico di lavoro è forte e non è possibile avere tempo libero, agli operatori manca anche la percezione di poter controllare la situazione e il supporto sociale; tornare a casa e non poter abbracciare i propri cari può avere un effetto devastante”.

In questo contesto, un aiuto arriva dallo spirito di gruppo. “Dai nostri dati” continua Pravettoni “emerge che gli operatori non si sentono da soli, non hanno un senso di solitudine perché sentono fortissima la solidarietà delle persone, dei famigliari e dei propri colleghi. L’equipe di lavoro assume una rilevanza molto significativa. Al contrario, esiste un dato molto preoccupante che è quello di sentirsi abbandonati dalle proprie istituzioni – su una scala da 0 a 100, il punteggio medio è di 71”. L’87% per cento degli interpellati prova rabbia, sentimento riconducibile a questa idea di non essere affiancati da chi dovrebbe proteggerti.