Accadde Oggi. “Ciao amore, ciao”, l’ultimo saluto di Luigi Tenco da Sanremo

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Dopo “Ciao amore, ciao”, Luigi Tenco diceva addio al mondo intero.

Un colpo di pistola gli trafisse le tempie nella notte tra il 26 e 27 gennaio del 1967 dopo l’ultima esibizione sul palco di Sanremo. Si concludeva così la vita e la carriera dell’artista ventinovenne.

Ragazzo dall’intelligenza spiccata, figlio illegittimo di una domestica e del rampollo sedicenne della famiglia in cui lavorava, il giovane Luigi conobbe la musica grazie alla sua istitutrice.

Aveva una mente talmente tanto brillante che la madre si aspettava diventasse ingegnere. Dopo essere passato dalla facoltà di Ingegneria a quella di Scienze Politiche decise di dedicare la sua esistenza all’arte.

Fu poeta, musicista, attore ma non lo faceva per piacere agli altri oppure a sé stesso: Tenco amava la musica. Non scendeva a compromessi con nessuno, tanto meno a patti con la sua coscienza.

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.» –  Queste, le sue ultime parole scritte in un biglietto prima del suicidio.

Tale morte è stata fin da subito avvolta da un velo di mistero. Omicidio? Suicidio? Il cantante aveva qualcosa da raccontare che avrebbe leso qualcuno? Il caso è stato archiviato soltanto nel 2006 confermando l’ipotesi del suicidio, un suicidio definito di protesta dallo stesso artista, che fu in realtà un’azione generata dalla depressione unita ad una massiccia dose di alcol e barbiturici che avrebbero favorito l’estremo gesto.

Luigi Tenco non è stato che una vittima della sua stessa sensibilità, un uomo di cultura e non solo un’artista, un “filosofo esistenzialista della canzone”- come lo ha definito recentemente Morgan; un filosofo che ha cercato di scuotere il sonno dell’italiano medio che non si accorgeva di come e quanto il mondo stesse cambiando.