Accadde oggi… 41 anni fa l’omicidio in via Salaino di Walter Tobagi

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Verso le 11 del 28 maggio 1980 Walter Tobagi, inviato e cronista politico e sindacale del «Corriere della Sera», era uscito dalla propria abitazione e si stava recando al vicino garage per prendere l’auto.

«Aspettammo circa 35-40 minuti, dopodiché ci accorgemmo che usciva dal portone… Accennò ad attraversare la strada come per andare all’edicola e noi, che eravamo lì appostati, per non farci vedere ci allontanammo dall’edicola stessa. Ma Tobagi non fece quell’attraversamento, e questo ci procurò qualche difficoltà, perché io e Fabio ci trovammo parecchio indietro rispetto al punto in cui dovevamo essere e fummo, in pratica, costretti quasi a inseguire il Tobagi.

Infatti Fabio disse “Andiamo”, e accennò a una corsetta… Mi misi a correre anch’io, e giunti a quattro o cinque metri da Tobagi Fabio disse “Piano”.

Io arrestai la mia corsa rimanendo indietro, Fabio continuò invece a correre e subito cominciò a sparare, mirando possibilmente al cuore, come poi mi disse. Tobagi fece due passi e cadde, mentre Fabio, che aveva esploso tre colpi, tentò di sparare ancora, ma la sua 7,65 si inceppò. Io allora sparai due colpi con la mia 9 corto: uno da distante, un due o tre metri, che non so se abbia attinto il giornalista; l’altro mentre, correndo, gli passavo vicino mentre era già a terra, e quando avevo ormai avuto la netta sensazione che lui fosse già morto»: così raccontò poi uno dei due killer – durante la confessione, messa a verbale la sera del 4 ottobre 1980 nella stazione dei carabinieri di Porta Magenta a Milano, davanti al pubblico ministero Armando Spataro – il terrorista rosso Marco Barbone, allora appena 22enne.

I sei ragazzi della «28 marzo», cosi si facevano chiamare in ricordo dei brigatisti rimasti uccisi nell’irruzione di Via Fracchia, dapprima avevano pensato «ad una rappresaglia nei confronti dei carabinieri, come mettersi a sparare all’impazzata contro i primi a tiro davanti a una caserma; poi si convenne, più razionalmente, che la rappresaglia doveva essere più qualificata e qualificante»; in seguito decisero di puntare il mirino sui giornalisti, sui «più intelligenti, che con i loro articoli non avevano l’intento di insultare o aizzare, ma funzionavano come sonda all’interno della sinistra rivoluzionaria».

Vari furono i pentiti:

  • Marco Barbone, il quale dichiarò che «la lotta armata in Italia non ha prodotto nulla dal punto di vista degli obiettivi politici che si proponeva (presa di potere, guerra civile di lunga durata, costruzione dell’esercito proletario); ha invece prodotto numerosi guasti nella vita sociale, un imbarbarimento della vita civile e politica, uno smarrimento della capacità della classe operaia di essere soggetto politico trovandosi espropriata di ogni punto di riferimento finora acquisito, a causa della pratica della lotta armata»;
  • Paolo Morandini, ventenne al tempo dell’omicidio, collaborò anch’egli subito con i magistrati.
    Gli altri quattro — Daniele Laus che aveva 22 anni, Manfredi De Stefano di 23, Mario Marano (l’altro killer, nome di battaglia Fabio) di 27 e Francesco Giordano di 28 — ebbero pene più pesanti, fino a 21 anni di galera.

Era stato il capo del Nucleo antiterrorismo dei carabinieri, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, a ipotizzare nel luglio ’80 (prima dell’arresto di Barbone) che la Brigata 28 marzo fosse «una specie di coagulo di cani sciolti, che hanno trovato nella famiglia del giornalismo qualche sostenitore più accanito… A mio parere i cronisti ospitano nelle loro file certamente qualcuno che ha determinato un clima di cui si sono avvalsi i killer per uccidere Tobagi». Dopo la cattura fu lui stesso a convincere Barbone a parlare con i magistrati. «La confessione non si è fermata alla “28 marzo”, è andata più in là, siamo sui 100-120 personaggi», riferì alla commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo il 23 febbraio 1982, quando le indagini erano ancora in pieno svolgimento.

Sei mesi più tardi, il 3 settembre, anche Dalla Chiesa fu ammazzato.
Al processo per l’omicidio Tobagi, nel marzo 1983, Marco Barbone chiese ai giudici «di non rievocare la tragica dinamica di quella mattina»; volle soffermarsi su ciò che avvenne dopo l’esecuzione del giornalista: «Inizialmente ci sembrava di aver raggiunto un obiettivo, tuttavia superato questo primissimo momento si era sostituita la sensazione di totale crollo; di esserci assunti delle responsabilità, prima umane che politiche, assolutamente sproporzionate a qualsiasi tipo di logica e di giustificazione. Io penso che tutti abbiamo avuto questa sensazione. Il fatto di avere questa personalissima responsabilità di toccare con mano l’orrore della morte che avevamo inflitto, almeno per quanto mi riguarda mi ha totalmente abbattuto, distrutto sotto ogni punto di vista. Non mi sentivo neanche più in grado di toccare un’arma».

Le sue dichiarazioni sono alla base di numerose incriminazioni che confluiscono nel cosiddetto processo “Rosso-Tobagi”, uno dei primi maxi-processi per terrorismo, con oltre 150 imputati. Durato meno di un anno, giunse a sentenza il 28 novembre 1983.

Quindi, perché tutti questi morti, perché?

“Io voglio scrivere” che la morte non è la soluzione; “interrogato quale fosse la cosa più bella tra gli uomini, Diogene di Sinope disse: La libertà di parola”. Per non dimenticare, per non rendere vane le morti di tanti giornalisti che non si sono voluti piegare alla politica, al dio denaro, al silenzio assenso.

Antonietta Della Femina