Pagani. “Non sono il capo di nessuno”. La verità di Antonio Petrosino D’Auria

Ritenuto dall'Antimafia a capo del clan omonimo di camorra a Pagani, ieri in aula il 36enne - ristretto al carcere duro - ha parlato del suo rapporto con i pentiti, alcuni degli attuali imputati e dei "problemi" con la famiglia Fezza

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«Non conosco chi mi accusa. Nella vita ho commesso degli errori, è vero, ma ho sempre lavorato onestamente. Non sono il capo di niente e di nessuno». Firmato Antonio Petrosino D’Auria. Ieri mattina, per la prima volta dopo anni d’indagini e processi, il 36enne che l’Antimafia mette a capo di un feroce clan di camorra a Pagani ha raccontato la sua verità, rispondendo all’esame degli avvocati difensori valido per il processo «Taurania Revenge». In maglia e camicia, in diretta video dal carcere di Novara dove è ristretto al regime del 41 bis, Antonio Petrosino ha parlato di tutto: dai rapporti con la sua famiglia a quelli con i pentiti, spaziando su vita e effetti personali che le indagini della Dda hanno inevitabilmente spezzato. Le prime parole le dedica ad Alfonso e Vincenzo Greco, i pentiti che lo accusano non solo di essere il capo del clan a Pagani, ma anche di aver gestito un maxi giro di droga: «Farei una distinzione tra l’essere amici, conoscenti o semplice frequentatori – ha esordito Petrosino – ma non conosco nessuno dei due. Grazie a questi processi, pare che sono diventato un loro “amico”. Ho sempre visto loro, Luigi Iannaco e Bombardino come un unico gruppo che faceva affari illeciti». Lo stesso pensiero anche per Gerardo Baselice e Domenico Califano. Quest’ultimo, pentito chiave in diversi processi di camorra, aveva riferito che Antonio D’Auria gli aveva «salvato la vita»: «Mai frequentati o parlato con loro. Anzi, se volete chiediamo un confronto con entrambi». Poi una riflessione sulla sua vita: «Ho sempre lavorato onestamente e condotto una vita da operaio, con un piccolo stipendio. Lo stesso mia moglie, che a 17 anni gestiva un mini market. Ho tre figli piccoli ma non posso vederli per questi processi. Dal 2004 al 2010 non ho avuto alcuna frequentazione. Mi sono allontanato da Pagani quando c’erano le indagini, ma non sono scappato. Presi la residenza a Parma. Dimostratemi che ero a Pagani in quel periodo: controllate intercettazioni e filmati. Ero fuori da ogni cosa, avevo problemi anche a relazionarmi e paura ad uscire di casa. Lavoravo con la mia azienda di ortofrutta. E ne ero orgoglioso. Ogni tre mesi andavo in Puglia e Calabria, a Isola Capo Rizzuto».

Sulla famiglia: «De Vivo e Confessore sono miei coetanei, ma non li ho mai frequentati. Con la famiglia Fezza i rapporti si ruppero dopo che uscì Tommaso Fezza dal carcere. Fu per il matrimonio di mia suocera. Non andai neanche al matrimonio di mio cognato, Luigi Fezza. Non esiste alcun portone “Fezza-D’Auria”. Noi vivevamo in un altro civico, in una casa realizzata dopo. Mai fatto affari con nessuno, sono imputato con persone che non conosco. Non conoscevo neanche i Panico (citando il processo Linea D’Ombra): non mi spiego perché imprenditori che dissero di non conoscermi, due giorni dopo decisero di denunciarmi. Mio fratello Michele invece lavorava a Rocca, ma non ha fatto mai affari illeciti». Infine, sul tentato agguato a lui e al padre Gioacchino nel 2003: «Nicola Fiore e mio padre discussero in carcere, quando uscirono ci fu l’agguato. Mi accusano di essere un capo, ma non so perché. Forse qualcuno che ha motivi di rancore»

(Fonte Il Mattino)