Rischia tanto il vescovo di Piedimonte Matese Valentino Di Cerbo; con lui, anche una donna, Rosa Cristina D’Abrosca, e suo marito Giovanni Fevola. Secondo gli inquirenti i tre sarebbero coinvolti in uno strano giro di denaro, recuperato inducendo un sacerdote della diocesi, don Giuseppe Leone, a fare continui bonifici in loro nome.
Le cifre di cui si parla in quest’inchiesta ora seguita dal pm di Santa Maria Capua Vetere Antonella Cantiello sono da far girare la testa. Complessivamente, infatti, si parlerebbe di quasi 900mila euro di cui sarebbe proprietario il vescovo Di Cerbo così come gli stessi coniungi. Soldi, però, di cui gli inquirenti avrebbero trovato e messo sotto sequestro soltanto la metà.
Tutto è partito dalla decisione, nel 2013, di don Giuseppe Leone, sacerdote, di destinare una cospicua somma di denaro alla sua perpetua, Rosa Cristina D’Abrosca. Ciò che poteva risultare un “regalo di riconoscenza” nei confronti della donna si rivelò presto qualcosa di totalmente diverso. Partirono le denunce e i carabinieri di Piedimonte Matese decisero di ascoltare don Giuseppe Leone. Dalle sue dichiarazioni emersero grossi dubbi sia sulla effettiva volontà del sacerdote di destinare questi soldi, sia dalla sua capacità plenaria di intendere e di volere. Dalla segnalazione dei 30mila euro, però, i carabinieri si sono messi sulle tracce del resto dei soldi, che a conti fatti potrebbero anche essere pari a 900mila euro. Il motivo? Don Giuseppe Leone (morto a 93 anni lo scorso settembre), per motivi anch’essi da valutare, sembrava essere titolare di grosse somme di denaro. Somme che nel tempo sono andate a ridursi. Somme più o meno simili che sono andate aumentandosi nei conti in banca di Di Cerbo e dei coniugi Rosa e Giovanni. La magistratura è intenzionata a vederci chiaro. E l’alto prelato, insieme alla perpetua e suo marito risultano nel registro degli indagati

