Operazione Criniera. I retroscena dell’inchiesta

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Il clan Fezza-D’Auria Petrosino avrebbe sostenuto l’ex sindaco di Pagani Alberico Gambino nelle campagne elettorali per l’elezione alla carica di primo cittadino nel 2002 e nel 2007 e in quelle regionali del 2010. Un appoggio, secondo il Riesame, che avrebbe permesso al clan di acquisire enormi vantaggi come la gestione dei parcheggi comunali, nel servizio di raccolta dei rifiuti, nel parcheggio del centro commerciale Pegaso e nell’affidamento della casa colonica ai D’Auria Petrosino. Un’accusa molto simile (ma solo per le amministrative del 2007 e del 2010) era stata sollevata anche nel processo “Linea d’ombra” conclusasi sul punto con l’assoluzione di tutti gli imputati. Per il Riesame sia Gambino che Massimo D’Onofrio, dal 2002 hanno intrattenuto «plurimi rapporti con esponenti di vertice dell’organizzazione –clan Fezza-D’Auria Petrsosino, ndr-, sia nella sua originaria configurazione  sia in quella attuale, consentendone il suo rafforzamento da un punto di vista economico, poiché si adoperavano per consentire l’attribuzione da parte del comune di Pagani e della Provincia di Salerno, di appalti e servizi e lavori pubblici in favore di ditte controllate dal clan, alcune peraltro appositamente costituite, e/o l’assunzione di soggetti indicati dall’organizzazione camorristica, ottenendone in cambio l’appoggio in occasione di competizioni elettorali di tipo amministrativo, restando costantemente a disposizione dell’organizzazione del clan e dei suoi componenti, per le molteplici esigenze fino all’anno 2010». Il Riesame, smentendo i giudici del tribunale di Nocera Inferiore e sulla base di ulteriore documentazione, ha ritenuto attendibile le dichiarazioni che implicano lo scambio di voti tra il centrodestra paganese e gli esponenti criminali locali rese da Matteo Principale, Prisco Ceruso, Alfonso e Vincenzo Greco e Domenico Califano. «Sfugge alla logica –scrive il Riesame-, per quale ragione in omaggio a quali meccanismi etero gestiti un nutrito gruppo di collaboratori (ai quali se ne sono aggiunti altri, ndr), in epoche e momenti diversi ed in regime di separazione fisica, una volta intrapresa la scelta collaborativa , avrebbero dovuto concordare su un dato di fondo: l’appoggio massiccio del clan sia D’Auria che Greco (di sant’Egidio del Monte Albino, ndr) al Gambino e l’accresciuta potenza del primo gruppo nelle società che si occupavano di parcheggi e dello smaltimento dei rifiuti». Il collaboratore Alfonso Persico l’11 settembre 2014 ha dichiarato che D’Auria «Gambino lo teneva sotto, perché gli aveva dato una mano e adesso si doveva fare quello che diceva lui» che «gli aveva dato una mano in cambio di voti». Il collaboratore Sandro Conmtaldo, noto esponente criminale paganese, ha dichiarato ad ottobre e novembre scorso che i D’Auria avevano le mani sulla Multiservice di Pagani e che, tramite Gambino e D’Onofrio, avevano rapporti di amicizia con Cosentino politico di Forza Italia. Contaldo ha anche dichiarato che Gambino aveva ricompensato i D’Auria con la gestione della Multiservice dove i D’Auria potevano assumere e licenziare chiunque a loro piacimento. Contaldo aggiunge che Nicola Fiore, detto Pallino, voleva uccidere da i D’Auria Petrosino e dopo avrebbe mirato a Gambino se non gli avesse dato gli affari che prima svolgeva con i D’Auria. Peggio dei camorristi. Così, invece,  si è espresso il Riesame su Massimo D’Onofrio. «Un simile modo di concepire la propria funzione pubblica rivela la pericolosità del suo autore il quale pone in essere condotte che non sono solo disinvolte ma che sono proprio illecite –scrivono i giudici del Riesame-; anzi, sia detto con franchezza, sono ancora più riprovevoli sul piano etico e censurabili su quello giuridico di quelle dei camorristi che tendono ad agevolare perché almeno i secondi non hanno ricevuto un pubblico mandato che in tal modo tradiscono e pur essendo da sempre apertamente schierati contro le istituzioni e pur agendo in dispregio del senso di legalità, ciononostante finiscono per avvalersi proprio dell’odiosa complicità di chi, quelle istituzioni, dovrebbe difendere perché è stato chiamato dal Popolo a farne parte ed, invece, tradisce il giuramento di fedeltà ed opera per consegnare alla criminalità organizzata intere fette della società civile, così uccidendo anche la speranza di legalità e di futuro delle generazioni oneste  . In queste condizioni, il decorso del tempo, la circostanza, del tutto estemporanea e mutevole, che oggi egli sia all’opposizione non scalfiscono il giudizio cautelare che è improntato sull’essenza dell’uomo, quale palesata dalle descritte condotte». Secondo l’accusa, i Petrosino D’Auria avrebbero appoggiato Massimo D’Onofrio nelle sue campagne elettorali e ci sarebbe stato uno scambio tra i due. Secondo il Gip che emise le misure cautelari il 19 dicembre scorso, appare evidente che i D’Auria Petrosino attraverso Vincenzo D’Amato (che poi si candidò alle elezioni comunali con una lista vicina a quella di D’Onofrio) appoggiavano politicamente l’allora esponente di An e poi del Pdl. D’Onofrio sarebbe stato a conoscenza anche delle iniziative di Michele D’Auria Petrosino per mettere in difficoltà l’allora sindaco facente funzioni Salvatore Bottone. In una conversazione intercettata, Michele D’Auria Petrosino afferma che, per ritorsione nei confronti di Bottone, che aveva fatto resistenza ad alcuni pagamenti predisposti, avrebbe fatto presentare una fattura dal Consorzio per sette milioni di curo, in modo da creare problemi (di ciò D’Auria parla anche con Giovanni Pandolfi Elettrico). Appare evidente, secondo il gip, che D’Onofrio fosse pienamente partecipe dell’azione posta in essere dai D’Auria Petrosino “per l’eliminazione del dissenso, anche laddove capitasse che un sindaco come Bottone, della sua stessa area politica, si rifiutasse di firmare mandati di pagamento poco chiari”. Circa i presunti favori che avrebbe fatto D’Onofrio ai D’Auria Petrosino per l’appoggio politico ricevuto “deve rilevarsi che quest’ultimo, non contento della gestione degli affari attraverso la Agency service…, mise in campo una serie di iniziative con l’obiettivo di costituire una società per partecipare ad eventuali gare indette dalla Provincia per la pulizia delle strade, e ciò grazie ai rapporti intrattenuti con D’Onofrio Massimo e anche attraverso…, Pandolfi Elettrico Giovanni… ed altri amministratori del Comune di Pagani”. Dalle conversazioni intercettate sarebbe emerso che la New Service dei D’Auria Petrosino partecipò ad una gara di appalto bandita dalla Provincia di Salerno per la pulizia delle strade. In un’intercettazione D’Auria Petrosino conversava con Massimo D’Onofrio che lo informò di aver parlato con un suo amico, “il quale, in un paio di giorni, gli avrebbe fatto sapere. Appare molto probabile che l’amico al quale faccia riferimento il D’Onofrio sia qualcuno dell’Amministrazione Provinciale che possa curare la pratica della cooperativa facente capo al D’Auria”. La cooperativa dei D’Auria Petrosino si aggiudicò la gara per la pulizia delle strade nella zona sud della Provincia di Salerno, le strade più vicine agli innesti autostradali i Sicignano, Postiglione, Castelluccio Cosentino e Castelcivita”. D’Onofrio, secondo il gip, “aveva, a sua volta, potere contrattuale nei rapporti dei D’Aauria, a dimostrazione che non era una vittima di camorra ma il contraente di un accordo. Appare evidente quindi che il rapporto intercorrente tra il Gruppo D’Auria Petrosino ed Donofrio “si sia cristallizzato in un interscambio di favori non sempre leciti, ove il clan garantiva un copioso appoggio elettorale e, in cambio otteneva appalti; il politico, a sua volta, agevolava l’assunzione di pregiudicati all’interno delle cooperative costituite proprio al fine di eseguire le commesse che erano state affidate al gruppo criminale”. Secondo il Gip, l’esponente politico “era consapevole della portata illecita del suo comportamento, come dimostra l’intercettazione ambientale avvenuta all’interno della caserma carabinieri di Pagani, allorquando lo stesso, che aveva palesato al Tenente Beraldo la paura di essere arrestato, su sua richiesta veniva ricevuto dall’Ufficiale”. A questo si aggiungono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Sandro Contaldo ha dichiarato agli inquirenti: “tornando a Massimo D’Onofrio, Chessa e Ferraioli mi riferirono che egli era orna cosa sola con il Gambino ed entrambi erano affiliati al clan D’Auria Petrsoino”. Alfonso Persico ha dichiarato agli investigatori: “So che i D’Auria Petrosino, oltre che il Gambino, sostenevano anche il.D’Onofrio Massimo, noto mister 5%, in relazione alla percentuale dei suoi illeciti guadagni sugli appalti pubblici riusciva a far ottenere. Ricordo che un ragazzo di Pagani… alle prime ami nel campo edile, mi disse che una volta si rivolse a D Onofrio per potere lavorare” il quale gli avrebbe detto che doveva pagare il 5%.