PAGANI. «Certe cose non devono mai succedere, ma probabilmente questa volta il diavolo ci ha messo la coda». Sono le prime parole del direttore sanitario Maurizio D’Ambrosio, che commenta a caldo la tragedia di Domenico Zefferino, il 65enne pugliese morto con delle ustioni sul corpo, un mese dopo essere stato ricoverato all’ospedale “Andrea Tortora” di Pagani. Sulla salma dell’uomo, residente ad Andria, è stato effettuato ieri mattina l’esame autoptico del medico legale Giovanni Zotti, in virtù di un’indagine aperta dalla Procura di Nocera Inferiore per omicidio colposo. Stando ai primissimi risultati, non vi sarebbe nesso di casualità tra le ustioni e il decesso, ma serviranno altri 60 giorni per gli esami completi. Il 65enne era giunto al polo oncologico di Pagani il mese scorso. Aveva un cancro al fegato. Il 3 agosto fu sottoposto ad un intervento di chirurgia elettrochemioterapica, che prevedeva l’applicazione, attraverso un macchinario specifico e un catetere, la trasmissione di impulsi elettrici che vanno a colpire la metastasi presente nel fegato. Al termine dell’operazione però, una scintilla proveniente da uno degli aghi avrebbe interessato parte del disinfettante presente sul corpo dell’uomo, provocando una fiamma. L’equipe medica riuscì a spegnere il fuoco, che aveva però causato al paziente diverse ustioni sul corpo. Un mese dopo, il 2 settembre, il decesso. Sul quale ora la procura sta indagando.
I medici iscritto nel fascicolo del sostituto procuratore Roberto Lenza sono sei: un atto di garanzia dovuto, che mira ad accertare eventuali responsabilità sul trattamento del paziente. Nel frattempo, le cartelle cliniche e anche il macchinario utilizzato per l’intervento sono stati sequestrati. Sul suo funzionamento, però, è proprio il direttore sanitario Maurizio D’Ambrosio a chiarirne i passaggi e a illustrare, nel dettaglio, il percorso clinico di Domenico Zefferino: «Facciamo 500 procedure all’anno di questo tipo. Le macchine sono sicure, oltre ad essere autorizzate. Il paziente, a quanto so, è venuto da noi dopo essersi informato sul nostro centro oncologico. Mi dispiace ovviamente per quanto successo, ma da una nostra prima valutazione – aspettando i risultati della magistratura – le ustioni e il decesso sono due fatti da distinguere. Questo intervento viene fatto attraverso un dispositivo che arriva al fegato per raggiunge la metastasi, che viene distrutta con la forza del calore. Cosa è potuto succedere? Il paziente è stato preparato sul tavolo operatorio ed è stato disinfettato, come da protocollo. Anche sulle parti non interessate dall’intervento. Credo che nella disinfezione, un po’ di liquido sia caduto sul lenzuolo. Quando poi l’operatore ha terminato l’operazione, rimuovendo il catetere, si sarebbe sprigionata la scintilla che ha provocato poi la fiamma. Non c’è stata imperizia – continua D’Ambrosio – per quel che mi riguarda. Fino all’intervento, il paziente è stato curato bene e con attenzione. Doveva anche essere dimesso. Purtroppo immagino che, a causa della patologia di cui soffriva, abbia avuto una rottura esofagea che ne ha complicato il quadro clinico. Non ha nulla a che vedere con le ustioni e non credo ci sia nesso di casualità con il decesso. Tuttavia, sarà l’autorità giudiziaria a dirlo». Il 65enne pugliese, dopo l’intervento, aveva ustioni sulla parte destra del corpo, tra collo e schiena. Alla procura il compito di capire se queste abbiano in qualche modo condizionato il suo quadro clinico e se via stata una manovra errata da parte dell’equipe medica. Quest’ultima, difesa dagli avvocati Giovanni Pentangelo, Alfonso Mutarelli, Anna Maria Alfano, Armando Lanzione e Armando Ambrosio.

