Scafati. Scacco al clan “Loreto-Ridosso”, i dettagli dell’operazione

13 anni d'indagine per ricostruire l'organigramma del gruppo criminale

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Quasi 13 anni d’indagine, dal 2002 al 2015 per la precisione, per ricostruire l’organigramma e i vertici del clan di camorra Loreto-Ridosso. Un gruppo criminale operativo a Scafati e nel resto dell’Agro nocerino sarnese, i cui obiettivi erano il controllo delle attività economiche – come i servizi di pulizia presso aziende del settore conserviero – e l’installazione imposta, oltre che la gestione, di video poker e slot machine. Poi c’erano gli omicidi, insieme a quelli non riusciti, a danno di gruppi rivali (specie nella zona di Scafati) per imporre la propria egemonia criminale. Ai vertici Romolo Ridosso, insieme al fratello Salvatore, deceduto a maggio del 2002 a seguito di un attentato. Poi Luigi Ridosso, 30enne, che l’Antimafia ritiene autore materiale dell’omicidio di Andrea Carotenuto, rivale nell’imposizione degli apparecchi elettronici a Scafati. Infine Gennaro Ridosso, classe 83 e Luigi Ridosso di Romolo, dell’82.

I collegamenti tra il clan e le “nuove leve” sono contenuti in una prima informativa della Dia del 2012, quando Giuseppe Fusco viene controllato dalla polizia insieme a R.C. , quest’ultimo indicato da Alfonso Loreto, collaboratore di giustizia. Quell’uomo è ritenuto il contabile dell’organizzazione criminale. Con una perquisizione effettuata nel carcere di Salerno, nella cella occupata da Luigi Ridosso, i carabinieri trovano delle lettere tra quest’ultimo ed R.C. , «a dimostrazione – scrive la Dda – delle contiguità che costui condivide con esponenti di vertice del gruppo criminale Loreto – Ridosso». Negli anni precedenti, R.C. viene sempre controllato quando è in compagnia di altri componenti del clan.

Il blitz di ieri scaturisce dunque dalla «particolare aggressività degli indagati e dalla loro assoluta capacità di imporsi sul territorio». Ne è un esempio l’atteggiamento omissivo di uno dei coniugi proprietari del terreno poi venduto, davanti ai carabinieri di Scafati. L’Antimafia parla delle quattro persone sottoposte a fermo non come “semplici emissari”, ma bensì come “referenti del clan”. «Non hanno esitato a mostrarsi come tali proferendo esplicite minacce di morte, peraltro accresciute dalla disponibilità di armi illegittimamente detenute e portate in pubblico, che non lasciano spazio a differenti interpretazioni, così come anche le violenze fisiche perpetrate in pregiudizio di persone vicine alle persone offese». E ancora: «L’avvicendamento tra i singoli protagonisti, le metodologie dei colloqui con le vittime, le modalità utilizzate, rappresentano, pertanto, unicamente delle tangibili conferme della funzionalizzazione delle attività alla sopravvivenza del sodalizio e, in ogni caso, manifestano con chiarezza i tratti dell’utilizzazione del metodo mafioso richiesto dalla circostanza aggravante speciale». Al gip spetterà ora convalidare i quattro fermi della Direzione Distrettuale Antimafia