Ucciso per un debito di 1800 euro. Prende 10 anni, ma per i giudici “non fu omicidio premeditato

0
346

Era il 9 aprile quando Mauro Biancardo, modesto imprenditore di 66 anni di Caserta, uccideva con la sua pistola il 65enne Agostino Fiorito, dal quale pretendeva il saldo di alcuni lavori effettuati per suo conto. Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo ha condannato questa mattina a 10 anni di reclusione con l’accusa di omicidio volontario. Ma c’è un dato: per i giudici l’omicidio non fu premeditato. Circostanza, questa, che ha fatto insorgere i parenti della vittima alla lettura della sentenza.

Siamo a San Nicola la Strada, lungo viale Carlo III, la strada che conduce alla Reggia di Caserta. E’ mattina, quando Biancardo si reca nel cantiere di Fiorito per chiedere il saldo di alcuni lavori effettuati in precedenza. La cifra si aggira sui 1800 euro circa. L’uomo però non c’è. A ricevere il 66enne è il figlio, che gli dice che il padre è assente. L’uomo se ne va e ritorna dopo un po’. Secondo la ricostruzione degli avvocati difensori Giuseppe Buongiorno e Carlo De Martino, il giovane questa volta manda via in malo modo Biancardo. Quest’ultimo riprende dunque la via di casa. Prende una pistola, sale in auto e ritorna al cantiere nel pomeriggio. Insieme al figlio, questa volta c’è anche il padre, l’imprenditore che in quel momento sta realizzando uno scavo per conto della Telecom. Scoppia una nuova discussione, con tanto di aggressione. Biancardo caccia fuori la pistola ma Fiorito prova a sfilargliela. E’ la tesi della difesa. Partono diversi colpi, uno di questi diretti al petto di Fiorito, che gli trapassa un rene. Lo sparo sarà fatale. L’uomo scappa a piedi ma sarà ritrovato e arrestato solo qualche ora dopo, nei pressi della piscina Castaldo di Casoria.

Biancardo, imprenditore nel settore del «movimento terra», non ha precedenti penali. Ma vanta quel debito da Fiorito per aver fornito i servizi della sua attività alla vittima stessa. Grazie alle dichiarazioni rese dal figlio di Fiorito, in stato di choc per aver assistito alla lite e poi alla morte del padre, gli investigatori riuscirono a rintracciare l’assassino.

Stando alla versione del figlio, Andrea, Biancardo si era già incontrato con il padre in mattinata. E lo aveva anche minacciato, senza però che il genitore gli desse peso. Nel pomeriggio invece, i due si spostarono di qualche metro di distanza dal figlio per parlare. D’un tratto, il giovane sarebbe ritornato dal padre, che gli aveva fatto cenno di avvicinarsi. In quel momento sbucò fuori la pistola, con la quale fu esploso il primo colpo. Il figlio della vittima riuscì per un attimo a bloccare Biancardo con l’obiettivo di disarmarlo, per poi soccorrere il padre mentre l’uomo andava via.

Davanti ai giudici, la pubblica accusa aveva contestato l’omicidio volontario e anche premeditato, in quanto l’imputato dopo la lite tornò a casa per armarsi, facendo poi ritorno nel cantiere che si trasformerà in luogo del delitto. Diversa invece la tesi sostenuta dalla difesa, che attraverso una perizia balistica, ha dimostrato che l’uomo aveva portato la pistola «per difendersi» – in virtù dell’aggressione subita poco prima – e non per uccidere l’imprenditore. Giudicato con rito abbreviato, il tribunale lo ha condannato a 10 anni per omicidio volontario, escludendo la premeditazione. Entro 90 giorni le motivazioni per capire il ragionamento dei giudici. La sentenza è stata accolta con rabbia dalle parti civili, mentre la difesa ha presentato istanza per sostituire la misura in carcere – dove l’uomo è rinchiuso – con quella degli arresti domiciliari.