Per la morte del 21enne Dario Ferrara, la Corte d’Assise di Salerno ha condannato a 18 anni di reclusione il 26enne Francesco Paolo Ferraro. La sentenza emessa è per omicidio preterintenzionale e non volontario, come sostenuto in principio dalla pubblica accusa. Le motivazioni per comprendere il ragionamento dei giudici saranno note entro quindici giorni. Oltre ai 18 anni, la Corte ha inflitto a Ferraro anche 3 anni di libertà vigilata, il riconoscimento delle aggravanti e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dall’esercizio della tutela genitoriale. Oltre al versamento di una provvisionale nei confronti delle parti civili.
E’ il 28 aprile 2015, quando Dario e Francesco si incontrano nel parco giochi di Villanova, a Nocera Inferiore. Tra i due c’è un debito di circa 100 euro non onorato da Dario per l’acquisto di alcuni grammi di hashish. E’ in quel momento che i due sarebbero venuti a contatto. Dario è già nel parco, impegnato a parlare con due amiche (le stesse che al pm daranno una versione, mentre in aula dimenticheranno tutto), mentre Francesco Paolo arriva a bordo del suo motorino. Per la difesa sostenuta dal legale Vincenzo Calabrese, è Dario che aggredisce per primo Francesco Paolo. Entrambi sarebbero finiti a terra a seguito di una colluttazione. Dario avrebbe sbattuto violentemente la testa a terra, per poi essere soccorso dallo stesso Francesco Paolo. Con una camicia posta sotto il capo, per fermare il sangue.
Per la procura è invece il 26enne che «brandendo» il suo casco, colpisce Dario alla testa per due volte. Quel casco viene poi consegnato il giorno dopo alla polizia, quando le indagini partono ufficialmente. Dario intanto finisce in coma, nonostante fosse risultato cosciente per un po’. Entra in uno stato di coma, al termine del quale muore, dopo tre giorni di agonia. La Corte ha ascoltato con attenzione, questa mattina, le arringhe dei due avvocati per circa tre ore, tese a ricostruire una dinamica dei fatti mai del tutto chiarita. Una serie di eventi messi insieme grazie ad indagini avviate con “ritardo” e condotte, in minima parte, da un agente imparentato con la famiglia della vittima (circostanza questa, fatta emergere dalla difesa).
I fatti non sarebbero stati ricostruiti nemmeno con le testimonianze in aula (tra le quali quella di un amico di entrambi i giovani). E tutte giudicate reticenti, persino dall’avvocato della pubblica accusa, Michele Alfano. Né tantomeno dalle intercettazioni telefoniche e da quella serie di messaggi acquisiti durante l’attività investigativa preliminare, grazie alle quali sarebbero emersi sentimenti contrastanti tra i due giovani, ma anche di pietà e di pentimento per quanto avvenuto giorni prima di quel tragico evento. Dario e Francesco Paolo infatti, erano già venuti alle mani qualche giorno prima.
Al centro del dibattimento l’arma del delitto, il casco, che il 26enne “Ciccio Paolo” consegnò alla polizia, ma che per l’accusa fu utilizzato per colpire due volte al capo Dario. Per i giudici non c’era la volontà di ucciderlo, seppur le ferite riportate dal 21enne risultarono fatali nonostante un soccorso immediato. La procura, nella sua requisitoria, aveva chiesto 21 anni di carcere.

