«Non ho mai colpito Dario con un casco. Mi saltò addosso, ci fu una colluttazione al termine della quale finimmo a terra entrambi. Quel giorno non avevo alcun appuntamento con lui». Eccola la versione di Francesco Paolo Ferraro, il 26enne accusato dell’omicidio di Dario Ferrara, il 21enne nocerino morto lo scorso 28 aprile 2015, dopo tre giorni di coma. Ieri mattina, ai giudici della Corte d’Assise Francesco Ferraro ha parlato per quasi un’ora, rispondendo alle domande di pubblico ministero e avvocati, spiegando ogni dettaglio di quella giornata e di quel rapporto “pregresso” che c’era tra lui e la vittima. Il pm Giuseppe Cacciapuoti, al termine della requisitoria, ha chiesto che il giovane venga condannato a 21 anni di carcere. La sentenza sarà emessa il prossimo 6 giugno, dopo le arringhe difensive delle parti. Lineare ma con qualche incertezza il racconto di Ferraro. Tra i due ragazzi c’era un debito pregresso di un centinaio di euro, che non sarebbe stato “onorato” dalla vittima. Una dose di “erba” acquistata da Dario, ma non pagata del tutto. «Mi saltò addosso – ha spiegato Ferraro – poi finimmo a terra. Vidi che cominciò a muoversi, forse per delle convulsioni. Lo soccorsi, portandogli dell’acqua e mettendogli una camicia sotto la testa». La parte civile, con l’avvocato Michele Alfano, ha invece insistito su alcuni punti, come gli sms che Ferraro avrebbe inviato ad un amico e con il quale si sarebbe vantato di “una testata” data a Dario qualche giorno prima. Il giovane ha tuttavia confermato l’invio di diversi sms, alcuni anche dal tono intimidatorio, insieme ad altri con i quali avrebbe chiesto al 21enne di «smetterla di litigare e di chiudere per sempre la questione».
Il 26enne è difeso dal legale Vincenzo Calabrese. Poi il racconto delle ore successive, con Ferraro che si presentò alla polizia, consegnando il suo casco, che giura di non aver avuto con se durante la colluttazione. Per la procura, invece, fu proprio con il casco che il 26enne colpì alla testa Dario, provocandogli lesioni gravissime che lo trascinarono alla morte dopo tre giorni di ricovero in ospedale. A sostenere che l’oggetto con il quale fu colpita la vittima fosse di forma “sferica”, lo sottolineò anche la perizia disposta dalla procura e redatta dal medico legale, Giovanni Zotti. Nella richiesta della condanna del pm, è stata esclusa la premeditazione.
