“Taurania Revenge”, il pentito Greco parla dei suoi rapporti con il clan Fezza-D’Auria

0
868

«Ho venduto droga al clan Fezza per molto tempo». Così ha esordito in tribunale Vincenzo Greco, pentito e collaboratore di giustizia, sentito dal collegio nel processo “Taurania Revenge”. “O’ zombie”, a capo del vecchio clan omonimo, ha ricostruito in aula quello che sarebbe risultato essere l’organigramma del clan a Pagani. Dai primi rapporti fino al momento nel quale “Gino Fezza” (Luigi, ndr) gli chiese di vendere la droga «soltanto a loro». Il referente dell’oramai disciolto clan ha spiegato i rapporti avuti anche con il clan Iannaco, grazie al quale riusciva a far arrivare in Italia anche 100 “chili di fumo”. Per poi passare al momento di quando ruppe proprio con quest’ultimo, con il conseguente avvicinamento ai Tamarisco della zona napoletana. Sollecitato dal pm dell’Antimafia, Vincenzo Montemurro, Greco ha poi raccontato di quando Michele Petrosino D’Auria litigò con Tommaso Fezza, il boss. Una circostanza che portò il primo a staccarsi dal gruppo, «per darsi alla politica». La testimonianza di Vincenzo Greco – sentendo gli avvocati difensori – non aggiunge nulla di nuovo a quanto già verbalizzato in passato, durante altri procedimenti di camorra. La prossima udienza è prevista per il 1 giugno, data nella quale verrà sentito il figlio di Vincenzo, Alfonso Greco, insieme a Gerardo Baselice. Quest’ultimo, test chiave insieme a Domenico Califano, ma al momento irreperibile. Stando a precedenti accertamenti effettuati dai carabinieri, il collaboratore non sarebbe più coperto dal programma di protezione, oltre a risultare irreperibile presso il domicilio che gli era stato affidato dal servizio centrale.

Il maxi processo ribattezzato “Taurania Revenge” vede nella sua ipotesi accusatoria l’esistenza di un “sistema Pagani”, con la gestione del traffico di droga nelle mani del clan camorristico Fezza – Petrosino. Nello specifico, con la gestione diretta del boss (non ha condanne in tal senso) Antonio Petrosino D’Auria, ristretto insieme al fratello Michele Petrosino al regime del carcere duro. La Dda lo inquadra a capo del sistema, con il controllo delle piazze di spaccio e l’aiuto materiale di Salvatore Pepe, ritenuto invece il riferimento del secondo gruppo che agiva dietro indicazione del clan. Da una parte c’era Antonio Petrosino D’Auria, insieme a Francesco Fezza, i fratelli Vincenzo e Daniele Confessore, Andrea e Giuseppe De Vivo. Dall’altra il livello “sotterraneo”, ribattezzato anche gruppo “satellite”, con la vendita della droga gestita «in regime di imposto monopolio».