In Campania si respira un clima di tensione che nasce soprattutto online. Messaggi vocali, post condivisi di gruppo in gruppo, segnalazioni frammentarie: il tema dei presunti rapimenti di bambini è tornato a occupare le chat e i social, alimentando un senso di inquietudine diffusa, soprattutto tra i genitori.
Non è solo paura astratta. È la paura concreta di chi accompagna i figli a scuola, di chi li porta al parco, di chi rilegge dieci volte un messaggio ricevuto su WhatsApp prima di decidere se uscire di casa. In molte zone della Campania, e in particolare nell’area vesuviana, si sono moltiplicate le segnalazioni di persone sospette, auto viste “girare troppo”, racconti di tentativi di avvicinamento mai formalizzati.
Il caso di Zoe e l’onda emotiva nel Vesuviano
A rendere ancora più delicato il contesto è stata la storia della piccola Zoe, la bambina del Vesuviano il cui nome è diventato, suo malgrado, il simbolo di un’angoscia collettiva. Il suo caso, reale e doloroso, ha riattivato paure profonde e ha fatto sì che ogni voce, ogni racconto non verificato, venisse percepito come immediatamente credibile.
Nel Vesuviano, come raccontano molti genitori, è cambiata anche la quotidianità. C’è chi evita di lasciare i figli soli anche per pochi metri, chi accompagna i bambini fin dentro l’edificio scolastico, chi controlla ossessivamente ciò che accade intorno. La paura non nasce solo dalle notizie, ma dalla sensazione di non avere risposte chiare e rassicuranti.
Voci, racconti e silenzi
A colpire è soprattutto la modalità con cui queste storie circolano. Non articoli, non comunicati ufficiali, ma audio concitati, spesso registrati da persone che dicono di “conoscere qualcuno a cui è successo”. Racconti che si intrecciano, si arricchiscono di dettagli, cambiano forma passando di telefono in telefono.
In mezzo, c’è il silenzio istituzionale percepito da molti cittadini. Anche quando non emergono denunce formali o riscontri concreti, l’assenza di spiegazioni immediate lascia spazio all’immaginazione e all’ansia. Ed è proprio lì che la paura cresce.
Genitori tra istinto e razionalità
Quello che sta accadendo non è solo un fenomeno digitale. È un fatto sociale. Tocca nervi scoperti, parla dell’istinto primario di protezione, della fragilità di chi sente di non poter controllare tutto. Molti genitori lo ammettono: anche sapendo che certe voci possono essere infondate, preferiscono comunque “stare in guardia”.
Il rischio, però, è che questa tensione continua trasformi le città in luoghi di sospetto, dove ogni estraneo diventa una possibile minaccia e ogni episodio ambiguo viene letto come conferma delle paure peggiori.
Una comunità che chiede chiarezza
Più che smentite secche o allarmi generici, ciò che emerge è una richiesta di chiarezza. Le famiglie chiedono informazioni comprensibili, presenza sul territorio, parole che aiutino a distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che nasce dalla paura.
Nel frattempo, il delirio social continua a correre più veloce della realtà. E mentre le storie si moltiplicano, resta una certezza: quando al centro ci sono i bambini, basta poco perché l’ansia diventi collettiva. E fermarla richiede attenzione, responsabilità e soprattutto umanità.

